In Italia la povertà educativa riguarda migliaia di studenti. Non solo chi lascia la scuola troppo presto, ma anche chi continua a frequentarla senza acquisire le competenze fondamentali per costruire il proprio futuro.
Per questo Mission Bambini promuove attività di tutoring nelle scuole, grazie alle quali i volontari affiancano gli studenti della scuola secondaria di primo grado, offrendo supporto allo studio e uno spazio di relazione che aiuta a contrastare la dispersione scolastica.
Dietro la dispersione scolastica ci sono spesso difficoltà nello studio, mancanza di fiducia, fragilità familiari o semplicemente il bisogno di una presenza adulta capace di accompagnare, con costanza e attenzione.
Il valore di una presenza costante
All’Istituto Comprensivo Scialoia di Milano, tra i volontari coinvolti c’è anche Fabio Ravezzani, giornalista e per 26 anni Direttore di Telelombardia, che ha scelto di mettersi in gioco come tutor.
“Ho sempre pensato di non avere grandi capacità manuali: non saprei costruire qualcosa di concreto, come un pozzo o una casa. Però, con la mia formazione e la mia cultura, ho sempre avuto il desiderio di insegnare. Il tutoring con Mission Bambini mi è sembrata l’occasione per dare qualcosa di mio, in modo concreto, a qualcun altro.”
Con il tempo, Fabio ha compreso che il ruolo del tutor non è solo spiegare, correggere o aiutare nei compiti. È soprattutto mettersi a disposizione.
“Ho capito che significa anche accettare quando i ragazzi non vogliono il tuo aiuto, ma restare presenti per loro quando invece ne hanno bisogno.”
Nel tutoring scolastico la relazione si costruisce poco alla volta. Non sempre i ragazzi chiedono aiuto subito: osservano, si avvicinano, prendono fiducia. E, con il tempo, riconoscono nel volontario una figura affidabile.
“Metti a disposizione tempo e attenzione a ragazzi che non necessariamente lo chiedono. Ma nella frequentazione, piano piano, trovano in te una presenza costante e sicura.”
Uno spazio diverso, dove sentirsi accolti
Il tutor diventa un punto di riferimento diverso dagli insegnanti e dalla famiglia: una persona adulta che non giudica, non impone, ma accompagna.
“È uno spazio diverso da quello scolastico o familiare, dove spesso ci sono aspettative e obblighi. Qui no. Devi esserci quando loro pensano di aver bisogno di te, al loro fianco, senza eccedere. E capisci che funziona quando continuano a tornare, mese dopo mese.”
Il tutoring non risolve da solo tutte le difficoltà che uno studente può incontrare. Ma può aprire uno spazio nuovo: uno spazio in cui sentirsi ascoltati, sostenuti, capaci.
Per molti ragazzi significa avere qualcuno accanto quando lo studio sembra troppo difficile. Per altri, scoprire che chiedere aiuto è possibile. Per altri ancora, trovare un adulto che crede in loro, anche quando loro stessi fanno fatica a farlo.
“La gioia di aver fatto qualcosa di buono”
Per Fabio, questa esperienza è anche un’occasione personale di restituzione: un modo per mettere a disposizione tempo, competenze e attenzione senza aspettarsi nulla in cambio.
“Mi aiuta a sentirmi un po’ meno inutile. A un certo punto della vita ti chiedi cosa hai fatto davvero per gli altri, di concreto.”
Il volontariato educativo richiede serietà, presenza e responsabilità. Non è qualcosa che si fa solo per sentirsi bene, ma un impegno reale verso qualcun altro.
“Questa esperienza mi dà una piccola gioia, piccola perché vorrei fare molto di più. Ma è la soddisfazione di essermi impegnato per qualcuno senza aspettarmi un ritorno. Non è qualcosa che fai per divertirti: lo fai con serietà, e alla fine resta proprio questo senso di aver fatto qualcosa di buono per gli altri.”
La storia di Fabio racconta il senso profondo del tutoring scolastico: non sempre serve avere tutte le risposte. A volte, la cosa più importante è esserci.
Anche solo un pomeriggio alla settimana.
La Stella di Marcheno: un presidio educativo che fa crescere bambini, famiglie e comunità
Nel cuore dell’Alta Valle Trompia, tra piccoli comuni di montagna e servizi per l’infanzia ancora limitati, c’è un luogo che ogni giorno accende opportunità concrete per i bambini e le loro famiglie: l’asilo nido Il Sentiero Incantato di Marcheno.
Non è solo un servizio educativo. È un presidio fondamentale per un territorio fragile, segnato dall’isolamento, dal calo demografico e dalla scarsità di risposte dedicate alla fascia 0-3 anni.
In un’area in cui vivono poco più di 13.000 persone distribuite in otto comuni, il nido rappresenta l’unica risposta strutturata per la prima infanzia, con 18 posti disponibili. Un numero piccolo, ma dal valore enorme: perché dietro ogni posto c’è un bambino accompagnato nei primi passi della crescita, una famiglia sostenuta, una comunità che si rafforza.
Un luogo che va oltre il nido
L’asilo nido Il Sentiero Incantato è una delle Stelle Mission Bambini sostenute dalla Fondazione: luoghi educativi che offrono ai bambini occasioni di crescita, relazione e scoperta, soprattutto nei contesti in cui le opportunità sono più difficili da raggiungere.
A Marcheno, il nido è uno spazio aperto, accogliente e inclusivo, pensato per rispondere non solo ai bisogni educativi dei più piccoli, ma anche a quelli delle famiglie e della comunità.
Accanto al servizio di asilo nido, vengono proposte attività dedicate ai bambini da 0 a 6 anni e ai loro genitori, tra cui letture animate, laboratori educativi, percorsi di psicomotricità fin dai primi mesi di vita, consulenze logopediche e momenti di sostegno psico-pedagogico, individuale e di gruppo.
L’obiettivo è accompagnare i bambini nella crescita e, allo stesso tempo, rafforzare le competenze genitoriali, creando una rete di supporto capace di contrastare le disuguaglianze educative che spesso colpiscono le aree interne.
A raccontare la storia e il valore di questo presidio educativo è Stefania Pedretti, vicepresidente e coordinatrice dei servizi all’infanzia della cooperativa Fraternità Impronta.
Un presidio contro la povertà educativa
In territori come l’Alta Valle Trompia, la mancanza di servizi per l’infanzia non è solo una difficoltà pratica. Può diventare un fattore che aumenta le distanze sociali, limita le possibilità delle famiglie e priva i bambini di esperienze fondamentali nei primi anni di vita.
Per questo la Stella di Marcheno è così importante: perché offre opportunità educative di qualità, accessibili e vicine. Qui educazione significa relazione, ascolto, cura e fiducia. Significa costruire un ambiente in cui ogni bambino possa sentirsi accolto e valorizzato, e ogni genitore possa trovare un sostegno concreto nel proprio ruolo.
Una realtà che si racconta attraverso le persone
La visita di Anna Valle, al fianco di Mission Bambini nella campagna dedicata alle Stelle, ha restituito con autenticità il senso profondo di questo luogo.
Seduta accanto ai bambini, in dialogo con le educatrici, ha potuto osservare da vicino la quotidianità del nido: fatta di piccoli gesti, routine rassicuranti, attività educative e relazioni significative.
Non un evento straordinario, ma la vita vera di un presidio educativo che ogni giorno costruisce crescita e futuro. Una realtà resa possibile dall’impegno di educatrici e professionisti che, con passione e competenza, rendono Il Sentiero Incantato molto più di un servizio: una comunità educante.
Una Stella che illumina il territorio
Essere una Stella Mission Bambini significa far parte di una rete nazionale che lavora per contrastare la povertà educativa lì dove è più radicata, portando opportunità nei territori e accanto alle famiglie.
A Marcheno, questo impegno prende forma ogni giorno: nei giochi, nelle letture, nei laboratori, nei colloqui con i genitori, nei primi passi dei bambini e nella cura di chi li accompagna.
La Stella di Marcheno dimostra che anche nei territori più piccoli e periferici è possibile costruire grandi opportunità. Basta crederci, investire nelle persone e continuare a esserci, ogni giorno.
All’Istituto Comprensivo Mozart di Roma, nel quartiere dell’Infernetto, abbiamo incontrato ragazze e ragazzi nel pieno di una fase delicata della crescita: la scuola media, quando le emozioni sono intense e le domande su di sé iniziano a diventare più profonde.
L’IC Mozart è una delle nostre Stelle Mission Bambini, scuole in cui realizziamo percorsi educativi pensati per promuovere benessere, consapevolezza e relazioni positive.
Qui abbiamo attivato laboratori multidisciplinari con un obiettivo semplice ma fondamentale: offrire ai ragazzi uno spazio protetto in cui potersi esprimere liberamente, sentirsi ascoltati e scoprire le proprie capacità.
Uno spazio per potersi esprimere
Durante gli incontri emerge con chiarezza un bisogno molto forte: avere uno spazio in cui poter essere se stessi.
“Il bisogno principale che intercettiamo in questo contesto è quello dell’ascolto: i ragazzi e le ragazze sentono la necessità di condividere perplessità e di riflettere sulle emozioni che vivono, un aspetto profondamente caratteristico della fase di crescita che attraversano”, ci racconta invece Corinna Bologna, arteterapeuta all’interno del nostro Spazio Mission Bambini, “emerge inoltre con forza il tema dello stare insieme in modo rispettoso, strettamente legato alla consapevolezza delle proprie emozioni e al rispetto di sé e dell’altro”
Gli educatori accompagnano ragazzi e ragazze in questo percorso aiutandoli a riconoscere i propri punti di forza e il valore di ciò che ognuno porta nel gruppo. Nel tempo, lungo il lavoro con la classe, iniziano anche a emergere piccoli cambiamenti che raccontano il senso di questo percorso.
La scuola come luogo di prevenzione e crescita
Lavorare all’interno della scuola è fondamentale, perché è proprio qui che spesso emergono i primi segnali di difficoltà ma anche le opportunità per intervenire in tempo.
“La scuola è sicuramente un luogo dove possono emergere molti problemi” , ci racconta Jacopo Pastore, “ma è anche il posto dove questi problemi possono essere intercettati prima. Per questo lavoriamo in sinergia con il sistema scolastico, affiancandolo.”
Portare i laboratori direttamente nelle classi significa anche raggiungere quei ragazzi che forse, da soli, non avrebbero mai cercato un’esperienza di questo tipo.
“In questo modo riusciamo ad arrivare anche a ragazzi che magari non si sarebbero avvicinati spontaneamente a un laboratorio del genere”, va avanti Jacopo, “spessoincontriamo ragazzi che hanno bisogno di condividere perplessità, di riflettere sulle emozioni che provano. È una fase d’età in cui questo bisogno è molto forte.”
I laboratori diventano così anche uno spazio per imparare a stare insieme in modo più consapevole, nel rispetto di sé e degli altri. Perché a volte basta uno spazio giusto, nel momento giusto, per aiutare un ragazzo a guardarsi con occhi diversi e a scoprire risorse che non pensava di avere.
“La Stella Mission è un luogo dove l’educazione si intreccia alla cura, dove le famiglie trovano sostegno e i piccoli scoprono che possono sognare in grande. È la prova che la solidarietà, quando diventa concreta, può cambiare davvero la vita delle persone.”
Nunzia Schiano, attrice e testimonial storica di Mission Bambini
Contesto
In Italia, circa un milione di bambini e ragazzi vive in condizioni di povertà educativa. Una condizione che spesso inizia molto presto e si consolida nel tempo. Le difficoltà di accesso ai servizi per la prima infanzia, la mancanza di opportunità educative continuative e il rischio di dispersione scolastica contribuiscono a creare divari che, anno dopo anno, diventano sempre più difficili da colmare.
Già nei primi anni di vita, non tutti i bambini partono dalle stesse condizioni. Nella fascia 0–3 anni, l’offerta di servizi educativi è ancora insufficiente rispetto ai bisogni delle famiglie e fortemente disomogenea sul territorio. Con la crescita, queste disuguaglianze iniziali tendono a riflettersi nei percorsi scolastici: difficoltà di apprendimento, fragilità relazionali e, nei casi più complessi, l’uscita precoce dal sistema di istruzione. Oggi, in Italia, uno studente su dieci tra i 18 e i 24 anni abbandona gli studi prima del conseguimento di un titolo.
Il nostro impegno
Da questa consapevolezza che prende forma la rete delle Stelle Mission Bambini, promossa da Mission Bambini. Una risposta che nasce dall’esperienza sul campo e dall’osservazione di un bisogno chiaro: per contrastare la povertà educativa non bastano interventi isolati, ma è necessario accompagnare bambini e ragazzi lungo più fasi della crescita, con punti di riferimento educativi stabili nel tempo.
«Quando mancano servizi nei primi anni e punti di riferimento educativi stabili negli anni successivi, le disuguaglianze tendono ad accumularsi», dichiara Stefano Oltolini, Direttore Generale di Mission Bambini. «Per questo lavoriamo in modo continuativo, insieme a scuole e partner del territorio: l’obiettivo è intercettare i bisogni presto e accompagnare bambini e ragazzi nel tempo, non solo intervenire quando la difficoltà è già diventata emergenza».
Le Stelle Mission Bambini nascono proprio come presìdi educativi di prossimità, costruiti insieme a partner locali che conoscono a fondo i contesti in cui operano. In questi spazi, l’educazione diventa un percorso quotidiano: attività educative, supporto allo studio e accompagnamento alle famiglie si integrano per rafforzare le opportunità di crescita nei contesti più fragili.
La Rete Stelle Mission Bambini
Oggi la rete è attiva in 15 città italiane, tra cui Roma, Milano, Napoli, Bari e Catania, con 27 Stelle Mission Bambini operative. Attraverso i programmi educativi collegati alla rete, nell’ultimo anno scolastico sono stati coinvolti oltre 8.000 bambini e ragazzi in tutta Italia.
«Dietro ogni numero c’è una storia concreta: famiglie che non trovano posto al nido, bambini che faticano a recuperare competenze di base, adolescenti che rischiano di interrompere il proprio percorso», conclude Stefano Oltolini. «Le Stelle Mission Bambini nascono dall’esperienza maturata in anni di lavoro sul territorio e dalla collaborazione con realtà locali che conoscono bisogni e risorse delle comunità. È questo che rende efficace un intervento: continuità, prossimità e alleanze educative solide, perché nessun bambino o ragazzo resti senza opportunità proprio nei passaggi decisivi della crescita».
In Italia 1,3 milioni di minorenni vivono in povertà assoluta: per loro abbiamo creato il “Banco dei Desideri”, per regalare colori, libri e giochi.
Venerdì 12, sabato 13 e domenica 14 settembre vieni a trovarci nelle librerie Feltrinelli di tutta Italia (trova quella più vicina a te nella mappa qui sotto), e aggiungi ai tuoi acquisti articoli per la scuola, il gioco e la lettura per tutti i bambini che iniziano un nuovo anno scolastico. Distribuiremo i prodotti raccolti alle scuole e alle strutture per la prima infanzia della tua città.
I prodotti raccolti durante le due giornate verranno distribuiti, rispettando il criterio della prossimità territoriale, a una rete di enti (organizzazioni non profit, asili, strutture per la prima infanzia e scuole) selezionati dalla nostra Fondazione in virtù del fatto che operano quotidianamente a favore di bambini e ragazzi in difficoltà.
Scegli che cosa donare tra i prodotti suggeriti per bambini e ragazzi da 3 a 14 anni:
Cartoleria: quaderni, prodotti di cancelleria, colori;
Giocattoli: educativi, di società, puzzle, costruzioni, bambole, peluche;
Libri: libri gioco, raccolte di favole, atlanti, dizionari, narrativa per ragazzi.
Questi materiali, per un bambino che proviene da una famiglia in povertà, rappresentano finestre sul mondo, strumenti per costruire ponti verso un futuro più luminoso e scoprire il potere delle parole e l’infinito delle idee.
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Ti aspettiamo quindi, per offrire a tutte le studentesse e a tutti gli studenti il back to school che meritano.
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Stiamo cercando volontari per il Banco dei Desideri!
Se desideri metterti in gioco, accogliere i clienti, promuovere la raccolta e vivere un’esperienza di solidarietà concreta, contattaci. Potremo darti tutte le informazioni necessarie oltre che indicarti la libreria Feltrinelli più vicina alla tua zona di provenienza. Unisciti a noi per una giornata di solidarietà.
I bambini rappresentano il futuro: scegliere di agire per loro significa contribuire oggi a costruire il futuro di domani. Per questa ragione Original Marines, azienda leader nel settore dell’abbigliamento kidswear, promuove iniziative di valore in grado di sostenere i diritti dei più piccoli e fare concretamente la differenza.
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L’iniziativa
Con una libera donazione all’interno di uno dei punti vendita Original Marines, dal 1 dicembre al 24 dicembre sarà possibile sostenere i progetti educativi di Mission Bambini in Italia.
Come? Grazie al contributo di ognuno, potremo rendere felici e sani tanti bambini e ragazzi nelle scuole, attraverso attività di:
promozione dello sviluppo psico-fisico;
potenziamento e innovazione dell’offerta didattica;
prevenzione dell’abbandono scolastico.
Realizzeremo così le attività in scuole partner preventivamente selezionate, localizzate in contesti di forte povertà materiale ed educativa nelle città di Catania, Milano, Napoli e Roma.
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La partnership–
Original Marines ha scelto di essere al fianco di Mission Bambini e in particolare dei progetti educativi in Italia. L’impegno dell’azienda a favore della Fondazione continua anche quest’anno con contributi economici e iniziative concrete: come il volontariato d’impresa, attivando i dipendenti in attività come la riqualificazione degli edifici scolastici. Oltre all’impegno diretto dell’azienda, grazie all’ampia rete di negozi Original Marines su tutto il territorio italiano, anche i clienti avranno la possibilità di contribuire attivamente attraverso una libera donazione.
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Goffredo Modena, Presidente di Mission Bambini, afferma: “Da oltre 20 anni il nostro impegno quotidiano è rivolto a bambine, bambini e famiglie che vivono nei contesti più difficili delle città italiane, dove povertà economica e povertà educativa si alimentano a vicenda. Il nostro obiettivo è offrire ai più piccoli la possibilità di uscire dall’emarginazione sociale, garantendo loro l’accesso a percorsi di istruzione ed educazione di qualità. Un grazie di cuore va quindi a Original Marines che ha scelto di essere al nostro fianco per offrire un aiuto concreto alle famiglie più vulnerabili”.
Ogni giovedì pomeriggio, Mouhamed arriva in bicicletta alla scuola media Scialoja di Milano. Studente di un istituto tecnico a Cinisello Balsamo, dove frequenta l’indirizzo di chimica e biotecnologie, dedica il suo tempo libero ad aiutare i ragazzi delle medie con i compiti. Un impegno che ha scelto con convinzione, forte della sua passione per la matematica, che lo ha accompagnato fin dagli anni della scuola secondaria di primo grado. Mouhamed: molto più che doposcuola.
Infatti non è solo un tutor volontario: qualche anno fa Mouhamed è stato lui stesso beneficiario di uno dei nostri percorsi di orientamento, rivolto a giovani studenti con l’obiettivo di contrastare l’abbandono scolastico. Grazie a quel supporto, ha trovato la motivazione per proseguire negli studi e oggi restituisce quell’aiuto a chi sta affrontando le stesse difficoltà. “Quando ero alle medie, capivo benissimo la matematica. Così, quando mi hanno proposto di aiutare i ragazzi più giovani, ho pensato che avrei potuto fare qualcosa di utile”, racconta Mouhamed. Oltre a essere un bravo studente e un appassionato di sport, ha deciso di non rinunciare alla possibilità di supportare altri ragazzi nel loro percorso scolastico. Molti di loro, come lui, vengono da lontano e affrontano sfide quotidiane legate all’integrazione e al percorso di studio.
Il servizio di tutoring alla Scialoja è molto più che un doposcuola: un sostegno per chi ne ha più bisogno
Il servizio di doposcuola alla Scialoja è nato due anni fa e coinvolge circa venti studenti delle classi seconde e terze medie. I ragazzi vengono segnalati dai docenti perché necessitano di un supporto didattico per colmare alcune lacune o per migliorare il loro metodo di studio. In alcuni casi, si tratta anche di studenti con frequenze irregolari o difficoltà a rispettare gli orari scolastici.
Fondazione Mission Bambini, nota per il suo impegno nell’assistenza sanitaria e nella formazione all’estero, è attiva anche nelle scuole qui in Italia. “Scegliamo sempre scuole situate in zone a rischio di dispersione scolastica, ma anche caratterizzate da una forte volontà di collaborazione con il terzo settore”, spiegano i responsabili del progetto.
Un modello di inclusione e crescita reciproca
Il doposcuola della Scialoja è reso possibile grazie al lavoro di tre educatori e tre volontari, tra cui proprio Mouhamed. La scuola conta tra i 600 e i 700 alunni, con una percentuale di studenti stranieri che si aggira intorno al 70%. Avere tra i volontari ragazzi come Mouhamed è un’opportunità preziosa: “È un esempio concreto per i nostri studenti stranieri, che vedono in lui una dimostrazione di come sia possibile costruire il proprio futuro con impegno e determinazione”.
L’esperienza di Mouhamed dimostra come il supporto tra pari possa essere un elemento chiave per la crescita scolastica e personale. Un gesto semplice, ma dal grande valore, capace di rafforzare la fiducia di tanti ragazzi nel loro percorso educativo e di vita.
Aiuta anche tu i ragazzi a costruire il loro futuro
Mission Bambini crede che ogni bambino abbia diritto a un’educazione di qualità e a un supporto adeguato per crescere e realizzare i propri sogni. Con il tuo aiuto, possiamo offrire a sempre più studenti come quelli della Scialoja un sostegno concreto. Fai la differenza oggi stesso: diventa tutor nei nostri progetti di doposcuola e aiuta tanti ragazzi a costruire un futuro migliore.
Torna da lunedì 28 ottobre AllenaMenti per il Futuro, in collaborazione con il servizio Informagiovani del Comune di Milano: il corso per ragazzi e ragazze che non studiano e non lavorano.
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Il corso: scopri i tuoi talenti e trova la tua strada per la realizzazione personale
AllenaMenti per il Futuro è un corso gratuito promosso dalla nostra Fondazione e indirizzato a ragazzi e ragazze, di età compresa tra i 17 e i 30 anni, che non studiano e non lavorano.
Se sei uno di loro partecipa al corso, e potremo accompagnarti a capire quali sono i tuoi talenti, le tue competenze e qual è il modo migliore per metterli in campo nella costruzione del tuo percorso di crescita.
Allenamenti per il Futuro è composto da un percorso formativo di gruppo suddiviso in 6 incontri, che alternano momenti in presenza e online. È inoltre previsto un percorso di supporto individuale – ad adesione volontaria – gestito da uno psicologo.
Gli incontri in presenza si svolgeranno presso la Sala Addestramento di Fondazione Mission Bambini in via Ronchi 17 – Milano.
Prima dell’iscrizione verrà fissato un colloquio conoscitivo con un referente dell’Informagiovani, per valutare insieme la motivazione e l’interesse dei potenziali partecipanti.
Rebecca racconta del malessere che prova durante le ore scolastiche e di cui non ha mai parlato con nessuno. Quando deve andare a scuola le viene la nausea e il mal di pancia. Ha paura di non essere compresa; è triste per i brutti voti, per la solitudine all’intervallo, per i giudizi degli altri… Un giorno, però, ha incontrato Marilena, la pedagogista dello spazio d’ascolto di Mission Bambini, ed è riuscita, finalmente, a tirare un sospiro di sollievo.
È la terza settimana di settembre e gli studenti e le studentesse sono di nuovo in classe. Qualche banco, però, è rimasto vuoto perché qualcuno, a scuola, ha deciso di non tornarci più.
Di seguito il nostro articolo di approfondimento sul fenomeno della dispersione scolastica e l’intervento di Mission Bambini per provare a farne fronte.
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La dispersione e l’abbandono scolastico
Nell’anno scolastico 2020/2021 e nel passaggio tra il 2020/2021 e il 2021/2022, quasi 80.000 studenti e studentesse hanno deciso di abbandonare gli studi. 7327 alunni e alunne hanno lasciato vuoto il loro banco nella scuola secondaria di I grado che stavano frequentando, 5064 hanno concluso le medie senza iniziare la scuola superiore, mentre 67.007 hanno deciso di abbandonare la scuola secondaria di II grado[1].
Con il termine dispersione scolastica si intende la mancata, incompleta o irregolare fruizione dei servizi dell’istruzione e formazione da parte dei giovani in età scolare[2]. Questo fenomeno può manifestarsi in diversi livelli del percorso formativo e in diverse modalità come, ad esempio, tramite l’abbandono totale degli studi, l’uscita precoce dal sistema formativo obbligatorio, la frequenza irregolare o passiva e, di conseguenza, l’accumulo di lacune[3].
La dispersione scolastica è un problema sociale non sempre facile da analizzare. Un indicatore utile per comprendere il fenomeno, riconosciuto anche a livello internazionale, è rappresentato dalla quota di Early Leavers from Education and Training (ELET), ovvero di ragazzi e ragazze tra i 18 e i 24 anni che sono fuori dal sistema di istruzione e formazione e che hanno conseguito al massimo un titolo di studio secondario inferiore, ovvero la licenza media[4]. Nel 2023, in Italia, il 10,5% dei giovani tra i 18 e i 24 anni ha abbandonato precocemente gli studi[5]. 1 studente/studentessa su 10 ha deciso di non tornare a scuola. Sono principalmente di genere maschile (13,1% dei ragazzi contro il 7,6% delle ragazze) e la maggioranza di loro vive nel Sud Italia, un’area caratterizzata da una percentuale di abbandono scolastico che ha raggiunto il 14,6% nel 2023[6].
Non esiste una sola e unica causa dietro a questo fenomeno. Il problema della dispersione scolastica è complesso e può essere spiegato e analizzato tramite molteplici fattori. Lo status d’origine, il genere e il background migratorio continuano ad influenzare il percorso scolastico di bambini e bambine, ragazzi e ragazze, come la condizione socio-economica della famiglia e il livellod’istruzione dei genitori. Se i genitori hanno un livello di istruzione basso, la probabilità che i loro figli o figlie abbandonino la scuola prima del diploma è più elevata[7].
Secondo i dati ISTAT del 2023 quasi un quarto (23,9%) dei giovani 18-24enni con genitori aventi al massimo la licenza media, ha abbandonato gli studi prima del diploma, quota che scende al 5,0% se almeno un genitore ha un titolo secondario superiore e all’1,6% se laureato[8]. Anche le caratteristiche della scuola stessa – come le strutture, i curricula, i materiali a disposizione, i servizi e le procedure di valutazione – influenzano l’esperienza scolastica e l’eventuale decisione di abbandonare gli studi.
Non meno importanti sono il contesto sociale scolastico, i rapporti tra pari, le relazioni tra insegnanti e studenti e studentesse e l’atteggiamento della famiglia verso la scuola e verso il percorso educativo dei figli. Altri aspetti importanti sono la demotivazione nei confronti dello studio e del sistema scolastico, le reazioni personali nei confronti della scuola – come, ad esempio, disturbi d’ansia, stress, senso di inadeguatezza – la presenza di bisogni educativi speciali, la scarsa capacità di gestione del tempo e la mancanza di autostima.
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La dispersione scolastica implicita o nascosta
La definizione di dispersione scolastica è piuttosto lineare e facilmente individuabile tramite l’uso di indicatori come la percentuale di ELET. Purtroppo, però, il fenomeno è più complesso e include anche il concetto di dispersione scolastica implicita o nascosta. Infatti, è necessario considerare non solo la quota di giovani che abbandona gli studi, ma anche un gruppo numeroso di ragazzi e ragazze che di fatto termina il percorso scolastico, ma non raggiunge i traguardi minimi previsti[9].
La dispersione scolastica implicita è un aspetto tanto importante quanto difficile da individuare e deve essere necessariamente analizzata e considerata insieme a quella esplicita. A partire dal 2019, Invalsi raccoglie dati sulla dispersione scolastica nascosta partendo dai test svolti negli anni conclusivi delle scuole secondarie di primo e secondo grado.
Tramite i punteggi ottenuti dai ragazzi e dalle ragazze è possibile individuare il numero di studenti e studentesse che non posseggono le competenze di base previste per quell’anno di studi. Nel 2024, la percentuale di chi si trova in condizione di dispersione scolastica implicita è del 12,9% al termine della scuola secondaria di I grado e del 6,6% al termine della scuola secondaria di II grado.
Entrambi i valori sono i più bassi mai registrati a livello nazionale[10], ma anche in questo caso si evidenziano differenze molto ampie tra regioni, con Calabria, Sicilia e Sardegna che mostrano un tasso superiore al 20% al termine della scuola secondaria inferiore e con la Campania e ancora la Sardegna con un tasso superiore al 10% anche al termine della scuola secondaria di II grado[11].
Analizzare il fenomeno della dispersione scolastica implicita è significativo non solo per comprendere a pieno il problema, ma anche perché facilita l’individuazione del fenomeno della dispersione e dell’abbandono scolastico prima ancora della decisione vera e propria di abbandonare definitivamente gli studi[12]. Il mancato raggiungimento dei livelli di preparazione minima è infatti una delle cause più evidenti della dispersione scolastica. Di conseguenza, individuare gli elementi che contribuiscono alla dispersione scolastica già a partire dal ciclo primario è di fondamentale importanza.
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Conseguenze e possibili soluzioni
Pur essendo in calo, la dispersione scolastica è un fenomeno preoccupante. I ragazzi e le ragazze che abbandonano gli studi hanno più difficoltà nel mondo dellavoro e un rischio più elevato di povertà ed esclusione sociale[13]. Nel 2020, il 37% dei NEET – Not in Education, Employment or Training – ovvero i giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non sono inseriti in un percorso di istruzione o formazione, aveva conseguito al massimo una licenza di scuola primaria o secondaria di I grado, o addirittura non possedeva un titolo di studio, a dimostrazione che esiste una correlazione tra l’abbandonare la scuola prematuramente e la condizione di inoperatività lavorativa[14].
Le conseguenze sono significative anche per studenti e studentesse che hanno terminato la scuola secondaria di secondo grado, ma che non hanno raggiunto i livelli di competenze minime previste e che quindi sono soggetti al fenomeno della dispersione implicita. Pur avendo di fatto conseguito il diploma, questi ragazzi e ragazze avranno molte difficoltà in quanto posseggono competenze di base limitate. Inoltre, la dispersione nascosta è spesso difficile da individuare e, di conseguenza, questi ragazzi e ragazze raramente riceveranno il supporto di cui avrebbero bisogno[15].
Data la complessità del fenomeno della dispersione scolastica, anche trovare una risposta al problema è arduo. Non sono solo i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze ad essere coinvolti e coinvolte, ma tutta la comunità in cui studenti e studentesse vivono e imparano.
La dispersione scolastica coinvolge infatti anche le istituzioni educative e i servizi pubblici; di conseguenza, le risposte al problema devono essere molteplici e multidimensionali e devono tener conto della numerosità delle cause del fenomeno stesso[16]. Ciò che si evince dallo studio del fenomeno della dispersione e dell’abbandono scolastico è la necessità di lavorare alla risoluzione del problema in un’ottica di prevenzione.
È sicuramente necessario, quindi, sostenere i ragazzi e le ragazze che hanno abbandonato prematuramente gli studi, ma è anche di fondamentale importanza occuparsi dei bambini e delle bambine sin dalla scuola primaria, così da evitare che, un giorno, decidano di non tornare più tra i banchi di scuola.
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Il lavoro di Mission Bambini
Proprio in quest’ottica, Mission Bambini collabora con scuole primarie e secondarie di I grado con uno sguardo di prevenzione, intervenendo sulle cause della dispersione scolastica al fine di contenere il rischio che si manifesti. Nel dettaglio, tramite il progetto Spazio Mission Bambini la Fondazione si focalizza su alcuni fattori come l’atteggiamento della famiglia verso l’istruzione dei figli, la relazione con i docenti e l’influenza del gruppo di pari, la demotivazione nei confronti dello studio e le problematiche legate allo stress, all’ansia e al senso di inadeguatezza. Lo fa tramite equipe multiprofessionali, composte da pedagogisti, educatori, psicologi e coach, e attraverso:
laboratori multidisciplinari (espressività artistico-corporea, teatro, robotica educativa), utili a sviluppare empatia, fantasia, creatività e collaborazione in modo divertente, oltre che sperimentare nuove strategie di risoluzione dei problemi e gestione delle emozioni in situazioni diverse.
laboratori di accompagnamento allo studio, volti a rafforzare le competenze di base relative a diverse discipline scolastiche per colmare gap formativi e strutturare un metodo di studio sistematico ed efficace, stimolando l’autonomia dei minori coinvolti e migliorando allo stesso tempo il loro senso di autoefficacia;
laboratori motivazionali di gruppo e individuali, finalizzati a mettere gli studenti nelle condizioni di esprimere i propri stati d’animo, promuovere la motivazione allo studio e valorizzare i punti di forza di ciascuno, rafforzandone l’autostima e l’autoconsapevolezza;
percorsi di orientamento, volti a offrire agli alunni la possibilità di esplicitare le idee, le attese e le paure che nutrono, identificando strumenti utili ad affrontare il delicato momento della scelta della scuola secondaria di II grado;
formazione e supervisione dei docenti, mirate alla condivisione di dispositivi educativi per la gestione di situazioni faticose o criticità emergenti;
affiancamento delle famiglie, volto ad un confronto aperto sui bisogni dei minori e al trasferimento di strategie e strumenti utili a rappresentare un supporto concreto e tangibile per i propri figli.
L’idea alla base del nostro intervento è quella di mettere i minori coinvolti nelle condizioni di affrontare efficacemente le diverse situazioni che gli si porranno di fronte nella quotidianità della vita scolastica, e non solo, andando a migliorare l’autoconsapevolezza, l’autoregolazione, costruendo relazioni sociali sane e di supporto, aiutandoli così a capire quali siano le risorse migliori a cui attingere per rispondere a situazioni complesse. Lavoriamo in un’ottica sistemica, coinvolgendo al contempo anche gli attori adulti del percorso educativo dei minori, al fine di creare una salda rete di supporto ed un progetto educativo tutt’intorno a bambini e bambine, ragazzi e ragazze.
Il Gruppo di lavoro per la Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, di cui Mission Bambini fa parte, raccomanda al Ministero dell’Istruzione e del Merito e al Ministero della Salute di adottare le “Linee di indirizzo nazionali per l’educazione all’affettività, alla sessualità e alla salute riproduttiva nelle scuole”, ultimate ma non ancora rese pubbliche.
Il Gruppo sostiene ormai da tempo il bisogno di introdurre, in modo trasversale e strutturato, l’educazione all’affettività e alla sessualità nei curricula scolastici fin dalla scuola dell’infanzia e ha sollecitato un intervento per approvare una legge che preveda questo inserimento.
Ma perché è necessario? E come farlo?
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Il contesto
Il 94% degli adolescenti ritiene che la scuola dovrebbe formare anche nell’ambito della sessualità e dell’affettività. Questo è uno dei risultati dell’indagine condotta nell’ambito del progetto “Studio Nazionale Fertilità”, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità[1]. I giovani, quindi, sono chiaramente interessati a dei percorsi di educazione all’affettività e alla sessualità, e vedono nella scuola il luogo giusto per farlo.
Solo 10 paesi europei su 25 prevedono percorsi di educazione affettiva sessuale curricolari, tra cui la Svezia, esempio di best practice, dove sono obbligatori in tutte le scuole dal 1955[2]. Tuttavia, ci sono delle differenze sostanziali tra i diversi stati nell’erogazione, nell’accessibilità e nell’organizzazione di questi percorsi. In alcuni casi si tratta di una materia a sé stante, ma nella maggior parte, invece, viene integrata nei programmi di altre materie, come biologia o educazione civica, e dipende largamente dalla formazione dell’insegnante e dai contenuti dell’insegnamento[3].
E in Italia? Il tema, sempre più presente nel dibattito pubblico, è stato parte di più proposte parlamentari che, invano, hanno cercato di regolamentarne l’introduzione nei percorsi scolastici[4]. Di conseguenza, l’educazione sessuale e affettiva, nonostante la buona volontà di alcuni presidi ed insegnanti, viene attivata in modo disomogeneo e poco strutturato, e in moltissime scuole italiane il tema è spesso ancora un tabù[5] o viene comunque affrontato focalizzandosi solo ed esclusivamente sugli aspetti scientifici e biologici.
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Introdurre la Comprehensive Sexuality Education
Il Gruppo di lavoro per la Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, semplificato in Gruppo CRC, di cui Mission Bambini fa parte, ha pubblicato un documento dal titolo “Educazione all’affettività e alla sessualità: perché è importante introdurre la Comprehensive Sexuality Education nelle scuole italiane”[6]. Il concetto di Comprehensive Sexuality Education (CSE), presentato dalle Linee guida UNESCO[7], si riferisce a un percorso di educazione affettiva sessuale che non si limita solo alla conoscenza dell’apparato riproduttivo o delle malattie sessualmente trasmissibili, ma include, tramite un approccio olistico, l’educazione alle emozioni, alle relazioni, al rispetto e al consenso[8]. La dimensione affettiva e emozionale è infatti inevitabilmente presente a scuola e la costruzione di relazioni fa parte a tutti gli effetti del percorso scolastico. È necessario quindi, considerando che la consapevolezza emotiva e la capacità di riconoscere i sentimenti determinano una maggiore riuscita in tutti i campi, riconoscere l’importanza dello sviluppo dell’intelligenza emotiva e dell’educazione all’affettività sino dalla nascita e, tramite strumenti di educazione emotiva adeguati all’età, è fondamentale introdurre bambini e bambine al tema molto precocemente[9].
L’insegnamento degli aspetti cognitivi, emotivi, sociali e fisici della affettività e della sessualità in un luogo come la scuola dove è più possibile raggiungere, in modo formale, bambini, bambine e giovani, può avere un impatto positivo sulla loro salute[10]. La Comprehensive Sexuality Education è fortemente rilevante nel processo di costruzione delle identità di studenti e studentesse e nella creazione e sviluppo di relazioni, che sono parte inevitabile del percorso formativo scolastico sin dall’inizio, poiché la scuola è un contesto dove le dimensioni cognitiva ed affettivo-emotiva sono indubbiamente correlate[11] e si co-determinano. Sin dalla nascita, prima ancora che i bambini e le bambine inizino il percorso scolastico, è importante che i genitori, parte integrante del percorso educativo all’affettività e alla sessualità insieme alla scuola, siano consapevoli, grazie ad un’informazione adeguata, del loro ruolo nel far conoscere gli aspetti relazionali e biologici ai propri figli e figlie. Dai tre ai sei anni, invece, i temi possono essere già trattati nelle scuole dell’infanzia, contesti dove è possibile creare relazioni sane e collaborative e dove i bambini e le bambine imparano l’empatia e l’ascolto di sé e degli altri[12]. Educare all’affettività nella scuola primaria e secondaria significa aiutare i bambini e le bambine al riconoscimento e alla legittimazione delle proprie emozioni e dei propri sentimenti, al consolidamento del concetto del rispetto, e a creare relazioni e ambienti rispettosi e solidali, dove le persone possano essere ascoltate e valorizzate[13]. Come specificato dal documento del Gruppo CRC, al centro della CSE c’è la trasmissione di una visione positiva della sessualità, connessa ai concetti di piacere, consenso, rispetto, condivisione di sentimenti ed emozioni, tramite un percorso che aiuti a rafforzare l’autodeterminazione e l’autonomia della persona.
L’introduzione dell’educazione all’affettività e alla sessualità nelle scuole ha anche lo scopo di contrastare informazioni inadeguate, o del tutto scorrette, a cui ragazzi e ragazze hanno sempre più facilmente accesso. L’introduzione al tema viene infatti di frequente gestita da fonti di informazione informali, come per esempio i genitori, che hanno un ruolo fondamentale e indiscutibile nell’avvicinare i bambini e le bambine all’argomento, ma che a volte peccano delle conoscenze necessarie, e viene sempre più veicolata tramite i social media, che offrono informazioni spesso distorte, non realistiche e degradanti, soprattutto per le donne, riproducendo stereotipi e pregiudizi[14]. Di conseguenza, un percorso di formazione pluriennale e strutturato sugli aspetti cognitivi, emotivi, fisici e sociali dell’affettività e della sessualità può quindi avere anche un effetto positivo su questioni sociali più ampie, come la parità di genere, i diritti umani e il benessere delle nuove generazioni[15].
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In conclusione
Il Gruppo CRC e Mission Bambini sostengono quindi il bisogno di introdurre percorsi curricolari di questo tipo tramite un approccio trasversale e adatto ad ogni età. Viene ritenuta fondamentale l’introduzione dell’educazione all’affettività e alla sessualità a partire dalla scuola dell’infanzia, garantendola per tutta la durata dei percorsi scolastici in modo strutturato e accessibile anche agli studenti con disabilità[16]. I valori e i concetti della CSE sostenuti dal Gruppo CRC e da Mission Bambini sono quindi anche collegati a una visione della scuola come un luogo che non si fermi alle capacità cognitive, ma che possa accompagnare studenti e studentesse nei loro cambiamenti fisici ed emotivi, dando la possibilità di fare domande e ricevere risposte adeguate, facilitando inoltre l’identificazione e la prevenzione di situazioni di abuso e maltrattamento. La scuola viene quindi immaginata come un contesto dove la libera espressione dei sentimenti e delle emozioni è incentivata e i bambini e le bambine sono supportati nella loro interezza durante tutto il percorso di crescita.
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