La Giornata Mondiale dell’Infermiere: il racconto di chi resta sempre umano, sempre dedito alla vita

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Il 12 maggio è la Giornata Mondiale dell’Infermiere e mai come quest’anno sentiamo il bisogno di celebrarla, insieme ai volontari del nostro programma Cuore di Bimbi: per ringraziare chi continua ad aiutarci a superare la difficile sfida contro il Covid-19, ma anche per raccontare, attraverso le parole di chi l’ha vissuta in prima linea, un’esperienza che ci ha profondamente cambiato.

 

Facciamo tesoro di questa esperienza, altrimenti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. Alessandro Crespi, infermiere volontario Cuore di Bimbi dal 2015

“Dire che cosa abbia significato vivere l’emergenza Covid-19 dal nostro punto di vista è un po’ difficile. L’impatto è stato fortissimo, inaspettato, devastante.

Gli echi (inascoltati), che giungevano da Oriente, ci hanno mostrato vulnerabili e impreparati. Però, non senza una bella dose di disorganizzazione, abbiamo tutti accettato la sfida e cominciato a fare la nostra parte, ognuno al meglio delle proprie capacità.

La pandemia ha agito un po’ da “livella”, come avrebbe saggiamente detto Totò: ha ridimensionato le priorità, mostrato la pochezza di ciò che fino ad allora avevamo percepito tutti come necessità. Ahimè, ha anche distolto l’attenzione dai problemi veri, rendendoli minimi, trascurabili: tutto il nostro lavoro, fatto fino a quel punto, è improvvisamente diventato procrastinabile. Vallo però a raccontare ai genitori dei bimbi con patologie congenite.

Noi nel frattempo ci siamo organizzati e barricati nei nostri fortini, i più fortunati nei castelli, con tanto di mura, torrioni e ponti levatoi; vestiti di armature e armati fino ai denti, abbiamo iniziato a combattere, a tentare di salvare tutti i feriti.

Non è stato facile.

Non lo è stato mai, anche prima.

Ma questa volta di più.

Lentamente il Covid-19 pare aver mollato la presa.

Tregua? Quanto durerà?

Noi usciamo lentamente dai nostri posti di combattimento certamente cambiati, consapevoli di saper fare squadra quando serve, percepiti un po’ meglio da chi ci ha visto lottare in prima linea, più forti di prima.

Spero solo che l’esperienza, paradossalmente meravigliosa, di vivere insieme tra le mura di un ospedale, di una rianimazione, ma anche di una casa, non vada gettata. Facciamone tutti tesoro, altrimenti, citando Blade Runner, Tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia.”

 

L’infermiere è là in trincea, in prima linea. Cinico quando serve, umano sempre, con forza-coraggio-amore. Maurizio Biella, infermiere volontario Cuore di Bimbi dal 2017

“Ognuno di noi esprime riflessioni in generale o dedicate alla propria realtà. Io non ne sono esente ed è giusto così.

Quotidianamente nelle nostre mani vengono messe delle vite. La responsabilità è grande, ma ciò non ci spaventa, anzi: le nostre mani aiutano il risveglio, il ritorno alla vita. Perciò voglio partire a ritroso, come si fa con la storia, che è poi lo spirito del nostro lavoro di ogni giorno.

Da anni mi occupo dei bambini cardiopatici. Quando ti lasci plasmare dalla fiamma della passione e della solidarietà, il tuo cuore abita nel mondo. E così, quando sei in terra straniera, ti accorgi di non essere uno straniero.

Il ritorno al sorriso di questi bambini, che è poi il sorriso che contraddistingue i bambini di ogni nazione, è il regalo più grande che possiamo ricevere. Chiara ci appare la loro storia meravigliosa, nella quale risiede la speranza di un nuovo futuro. Ed è una grande gioia vederli sorridere, correre e crescere. Siamo strumenti e testimoni del valore della vita.

È in questo scenario che si colloca il mio essere infermiere.

Un ruolo importante lo svolgono, con immensa dignità, le mamme dei bambini cardiopatici: sono loro che determinano lo scandire del nostro impegno attraverso l’espressione della speranza, della fiducia e della gratitudine, di cui abbiamo bisogno per continuare. Ci affidano la vita dei loro bambini: di fronte a questo immenso Amore il nostro cuore batte forte, nella consapevolezza che la vita è un valore incalcolabile.

Si tratta di bambini che, dopo aver perso tante battaglie, hanno vinto la loro guerra. Il riscatto è grande: riprendersi la vita.

Sì, perché noi ci tuffiamo nei loro cuori.

Ecco chi è l’infermiere: una persona che ha passione, coraggio, che si impegna, fa sacrifici, sostenuto nella propria professione da attitudini personali.

Infine, quando i tempi saranno finiti, l’uomo avrà scritto la sua storia anche nei cuori rattoppati di tanti bambini inviati dal cielo, testimoni nella quotidianità.

Poi arriva lui: il Covid-19.
Un mondo piegato sulle ginocchia. È forte, è agguerrito.
Confusione, teorie e riflessioni più o meno strampalate.
È il momento di rimboccarsi le maniche: il personale sanitario scende in campo, con o senza dispositivi di sicurezza individuali. Morti: tanti, troppi.
L’infermiere è là, in trincea, in prima linea. Cinico quando serve, umano sempre.

La sua divisa puzza. No, non puzza affatto. La scia che lascia parla di fedeltà alla professione; di dedizione alla vita, che protegge fino allo stremo; di capacità di accompagnare alla morte la persona che sta curando.
Ancora poi, in un angolino angusto, si rannicchia in solitudine, per poter lasciare… e preziose lacrime solcano il suo viso.
E ancora, con forza coraggio amore, riappare sulla scena per nuove primavere.”

 

Non scorderò mai i forti legami con i nostri pazienti: eravamo diventati in un certo senso il loro punto di riferimento, la loro famiglia. Ecaterina Baciu, infermiera volontaria Cuore di Bimbi dal 2016

Da questa esperienza mi porterò per sempre dei momenti che non avrei mai voluto vivere, malgrado fossi consapevole dei rischi del nostro mestiere.

Non scorderò mai: gli sguardi impauriti dei pazienti, vedendoci comparire ricoperti con tutti i dispositivi; i nostri occhi pieni di lacrime, quando li vedevamo; i sorrisi durante le videochiamate con i loro cari; la ricerca della loro mano verso una carezza o il semplice contatto o il saluto, con la promessa di rivederci il giorno dopo. E purtroppo non scorderò mai quando, nonostante tutto il nostro impegno, non riuscivano a superare i momenti difficili.

Essendosi venuti a creare dei forti legami con i pazienti, eravamo diventati in un certo senso il loro punto di riferimento, la loro famiglia.

Le esperienze vissute durante le missioni organizzate dalla vostra Fondazione mi sembrano adesso dei ricordi molto lontani.

Confido nella ricerca per poter trovare la giusta cura contro questo mostro e per poter ritornare dai piccoli pazienti cardiopatici, che hanno tanto bisogno del nostro aiuto per poter guarire.”

Donazione in memoria: la storia di Ettore

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Perdere un figlio appena nato a causa di una grave malattia e decidere di fare una donazione in sua memoria, per salvare altri bambini affetti dallo stesso male. È accaduto a Davide e Anna, due persone speciali che hanno incrociato la nostra strada e che desideriamo ringraziare anche qui sul nostro Blog, in occasione del 13 settembre Giornata Internazionale del Lascito Solidale. La loro storia ci aiuta a capire che con una donazione in memoria – come accade anche per i lasciti – la fine di qualcosa diventa l’inizio di qualcos’altro, quando accanto alla sofferenza e al dolore fiorisce, in maniera sorprendente e apparentemente inspiegabile, un sentimento vitale e prezioso: la gratitudine.

 

Il cuore di Ettore non ce la fa

Siamo in Italia, nel febbraio 2017. Ettore nasce affetto da una cardiopatia. Il suo caso è molto grave e l’unica possibilità è quella di operare al cuore il bambino. Ettore viene ricoverato a Milano, in uno dei migliori reparti di cardiochirurgia pediatrica del nostro Paese. I medici tentano disperatamente di salvarlo, ma purtroppo nonostante la tempestività dell’intervento non c’è nulla da fare.

 

La lettera del padre

I genitori di Ettore – come tutti i genitori che perdono prematuramente un figlio – vivono una sofferenza immensa, che crediamo non sia neanche immaginabile. Ma accanto al dolore, nel loro cuore trova spazio un altro sentimento. “Non sono capace di trovare parole adeguate per l’immensa gratitudine che io e Anna proviamo nei vostri confronti: con queste parole Davide, il papà di Ettore, si rivolge con una toccante lettera ai medici che hanno tentato di salvare il figlio.

 

La scelta di una donazione in memoria

La lettera del papà di Ettore continua così: “Molte persone ci si stanno stringendo attorno chiedendo cosa possano fare per noi. Non essendoci nulla di ragionevole che possiamo chiedere per noi, stiamo indirizzando tutti a fare una donazione a Mission Bambini, a cui aggiungeremo presto anche la nostra. È il modo più pratico che abbiamo trovato per far percepire la nostra gratitudine, la stima e la sconfinata ammirazione che abbiamo per l’impegno di voi medici. Vi prego di voler estendere i nostri ringraziamenti a tutto lo staff dell’ospedale, che ci ha fatti sentire accuditi in ogni momento, per quanto difficile fosse”.

 

Un fiume di solidarietà

Nei giorni successivi alla scomparsa, arrivano in Fondazione più di 60 donazioni in memoria di Ettore. I parenti, gli amici, i colleghi hanno accolto l’appello di Davide e Anna: sanno che quelle donazioni, destinate al progetto “Cuore di bimbi”, daranno una speranza di vita a tanti bambini che nascono con una grave cardiopatia in un Paese povero.

 

La missione in Romania

Grazie al nostro progetto “Cuore di bimbi” infatti, l’impegno dei medici – quell’impegno che pur nella profonda sofferenza che vivevano ha tanto colpito i genitori di Ettore – supera i confini nazionali e arriva là dove i bambini che nascono con una malattia al cuore non possono essere operati per mancanza di specialisti o di strutture ospedaliere adeguate. E assume una connotazione ulteriore che rende questi “eroi in camice bianco” se possibile ancora più degni di stima e ammirazione: i medici che partecipano alle missioni umanitarie organizzate dalla Fondazione sono tutti volontari. La prima missione partita dopo la donazione in memoria di Ettore è quella svoltasi dall’1 al 5 aprile in Romania, durante la quale vengono operati e salvati 4 bambini cardiopatici arrivati dall’Albania.

 

Lasciti: una tendenza in crescita

Crediamo che quello di Davide e Anna sia un gesto eccezionale, perché nella sofferenza hanno trovato la forza, la lucidità di guardare oltre. E con grande generosità hanno scelto di dare un contributo perché altri bambini, nati malati come il loro piccolo Ettore, anziché perdere la vita la ritrovassero. Oltre alle donazioni in memoria, sempre più diffusi in Italia sono anche i lasciti, con cui facendo testamento si decide di destinare parte dei propri averi ad un ente benefico. Una tendenza che crescerà ancora in futuro, come ad esempio rivela una recente indagine condotta dall’Osservatorio della Fondazione Cariplo.

Per maggiori informazioni sui lasciti:

Consulta la pagina dedicata o contatta direttamente Maria Elena Di Fazio, Referente Lasciti Solidali Mission Bambini: mariaelena.difazio@missionbambini.org

 

La “molla” della gratitudine

La “molla” che ha fatto scattare la donazione in memoria di Ettore da parte dei genitori è stata la gratitudine verso i medici, che hanno fatto di tutto per salvare il figlio pur senza riuscirci. La stessa “molla” crediamo sia quella che fa decidere ad una persona che ha avuto una vita felice, piena, ricca di amore di fare un lascito testamentario. Gratitudine verso la vita, che sta volgendo al termine ma a cui in qualche modo chi fa un lascito vuole dare un seguito: generando altra gratitudine nelle persone che hanno più bisogno, aiutandole.

Ti è mai capitato di provare una forte gratitudine verso qualcuno o per qualcosa? Questa gratitudine cosa ti ha portato a fare? Raccontacelo nei commenti!