Missioni all’estero: bambini e volontari di nuovo insieme

#adozioni a distanza, #america latina, #bambini, #educazione estero, #repubblica dominicana

Estate 2022: dopo due anni di stop, riprendono le missioni dei nostri volontari all’estero.

Ed è proprio con tre delle nostre volontarie – Ilaria, Valentina e Maria Elena – che abbiamo viaggiato in Repubblica Dominicana, più precisamente sul nostro progetto di educazione a Puerto Plata.

 

“È stata un’esperienza meravigliosa – racconta Maria Elena – Ho visto la realtà così com’è, senza filtri, ma allo stesso tempo mi sono sempre sentita al sicuro. La cosa più bella è la relazione che crei con i bimbi, che con un sorriso e uno sguardo ti trasmettono tutto”. 

Partire per una missione all’estero è sicuramente un’esperienza unica, e lo diventa ancor di più se rappresenta il primo viaggio in un Paese così lontano e in un contesto caratterizzato da disagio e povertà. È dunque normale, come ci raccontano le giovani volontarie, sentirsi spaesate i primi giorni; allo stesso tempo, provare l’adrenalina che caratterizza le prime esperienze ti fa scoprire di avere uno spirito di adattamento che mai avresti pensato di possedere.

 

 

La proprietaria dell’appartamento dove alloggiavano le ha trattate come figlie, le persone del luogo sono state super calorose e accoglienti. Anche i bambini sono certamente stati d’aiuto nel farle sentire a casa: tra attività ludiche in cortile, laboratori di disegno e qualche breve gita, il clima si è fatto subito più leggero. Ci raccontano che i più piccoli tendono ad affezionarsi subito e a essere più espansivi, mentre i più grandi ti guardano con curiosità e con loro si viene a creare un rapporto di dialogo e complicità.

“Abbiamo percepito un senso di dignità molto profondo, il che non è scontato – fa notare Ilaria. I bambini erano sempre puliti e ordinati, venivano educati all’igiene, e gli spazi comuni erano sempre in ordine… Viene dato molto valore e importanza all’educazione a tutto tondo.” 

 

 

Ilaria, Valentina e Maria Elena si sono portate a casa bellissimi ricordi da questa missione, definendola “una botta di vita ed energia incredibile”, e non vedono l’ora di ripartire per un’altra esperienza a contatto con i nostri bambini.

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In Bangladesh dai Dalit: tra consapevolezza del presente e sogni per il futuro

#adozioni a distanza, #asia, #bambini, #bangladesh, #educazione estero

Oggi, con questo articolo che racconta la missione in Bangladesh della nostra Program Coordinator Maria Torelli, vogliamo non solo parlarvi del contesto in cui vivono i bambini che insieme sosteniamo; vogliamo che sia anche l’occasione per dare voce ai bimbi, alle ragazze, alle mamme e ai papà che vivono nei villaggi, nonché dare valore all’operato del nostro partner locale DALIT NGO e del Direttore Esecutivo, Swapon Kumar Das, detto Lino.

 

Uno sguardo a tutto tondo

I Dalit, i “fuori casta”, sono circa il 5% della popolazione, anche se non vi è mai stato un censimento ufficiale poiché, secondo la Costituzione del Bangladesh, le caste non esistono più. Nella pratica però il sistema risulta tuttora in vigore; secondo il governo i Dalit sarebbero 6 milioni, ma si stima che siano decisamente di più (circa 9-10 milioni).

La zona del progetto (distretti di Satkhira e Khulna) è situata nella parte sud ovest del Bangladesh, nel distretto di Satkhira, non lontano dal confine con l’India.


A discapito della crescita economica costante, il Bangladesh rimane un paese povero, con il 14,3% della popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà. Sono in particolare le comunità fuori casta i gruppi più emarginati dal punto di vista sociale, economico e politico e che vivono in condizioni di povertà o di povertà estrema. Molti fuori casta, infatti, pur abitando in villaggi rurali, non possiedono terreni e molto spesso cambiano la loro principale occupazione, svolgendo impieghi giornalieri saltuari. Molti bambini, a causa delle difficoltà economiche della famiglia, sono spinti dai genitori a cominciare a lavorare in giovanissima età, e molte ragazze sono costrette a sposarsi giovanissime con matrimoni combinati per non pesare sull’economia familiare. Le condizioni socioeconomiche della popolazione, inclusi i Dalit, sono inoltre peggiorate sia a causa della pandemia da Covid-19, che in Bangladesh è stata affrontata con ripetuti lockdown estesi, sia a causa della guerra in Ucraina che ha fatto più che raddoppiare il prezzo dell’olio da cucina e aumentare significativamente il prezzo del riso, che lì è l’alimento base.

 

Diamo voce a coloro che vogliono farsi sentire

Il progetto educativo si rivolge a circa 900 beneficiari, ed ha come obiettivo il raggiungimento di un’educazione inclusiva e di qualità per migliorare il livello di alfabetizzazione e istruzione dei bambini e delle bambine fuoricasta e di altre comunità marginalizzate, favorendo l’inserimento scolastico nelle scuole pubbliche e riducendo la discriminazione affinché possano evitare il drop out e raggiungere il diploma primario e secondario e, per le ragazze più meritevoli, continuare con gli studi terziari.

 

Nel primo villaggio in cui abbiamo fatto tappa, quello di Dhulanda, abbiamo incontrato una ragazza che si è sposata in VIII classe e che ha un bambino di qualche mese, e poi un gruppo di ragazze madri che dialogavano con alcune ragazze non sposate.

Mamma 1: “Mi sono sposata a 15 anni, quando ero in X classe e ho un figlio di 2 anni. Non volevo, ma i miei genitori hanno insistito. Avrei voluto continuare a studiare ma mio marito dice che non abbiamo abbastanza soldi.”

Mamma 2: “Anche per me è andata esattamente così, ho un figlio di 2 anni nato subito dopo il matrimonio” 

Mamma 3: “I miei genitori mi hanno obbligata a sposarmi quando facevo la V. La mia famiglia è molto povera e non avrebbero potuto mantenermi. Hanno pagato 25.000 taka (circa 250 euro) per la dote, anche se sarebbe vietata per legge, e mio marito esige ancora un’integrazione. Se penso a mia figlia, certamente questo a lei non avverrà, dovrà finire gli studi prima di sposarsi.”

Mamma 4: “Anch’io mi sono sposata in V. Non ero d’accordo, ma poi ho dovuto cedere. Sono sposata da 5 anni e ho un figlio di 3. Spero che lui possa continuare gli studi e che poi trovi un buon lavoro.”

Mamma 5: “La mia storia è un po’ diversa perché io ho acconsentito al matrimonio. Durante la pandemia ero in XI classe e non sapevamo per quanto tempo sarebbe continuato il lockdown. Avevo già 17 anni e temevo che l’isolamento sarebbe durato per anni, impedendo la ripresa dei miei studi e rendendo più difficile trovare marito a causa della mia età avanzata, quindi ho pensato che fosse meglio sposarmi.”

Ragazza non sposata: “E’ molto utile ascoltare le storie delle ragazze che purtroppo hanno dovuto sposarsi prima di diventare maggiorenni. Ho deciso che voglio continuare gli studi e sposarmi solo dopo aver trovato un lavoro. Non ci sono motivi che possano indurci a sposarci prima. Anche se i nostri nonni sono anziani e vorrebbero vederci sposate, noi dobbiamo dire che quello che conta è il nostro futuro. Io attualmente frequento la XII e vorrei diventare poliziotta.”


 

Nel villaggio di Muragachha abbiamo parlato con un gruppo di mamme e nonne presenti fuori dalla scuola, a cui si è rapidamente aggiunto un gruppo di padri con i quali si è discusso di educazione e matrimoni precoci.

Madre 1: “Io non sono mai andata a scuola. Non so di preciso quanti anni ho, ma credo circa 40. Sentendo questi discorsi, quasi quasi viene voglia anche a me di andare a scuola. E’ davvero importante che i nostri figli continuino a studiare.”

Padre 1: “In passato il nostro villaggio era conosciuto perché eravamo soliti mangiare la carne di mucche ormai morte che erano state gettate nel fiume. Ora questa pratica appartiene al passato. Ma adesso non dobbiamo guardare al passato, quello che è stato è stato. Io ho fatto sposare mia figlia quando frequentava l’VIII classe. Quattro mesi fa suo marito l’ha ripudiata ed è tornata a casa. Ho capito di avere sbagliato e ora vorrei che possa riprendere gli studi.” 


 

Nel villaggio di Balia abbiamo incontrato i membri dello Youth Club poiché, essendo pomeriggio, le lezioni nella scuola DALIT erano terminate. Gli Youth Club sono associazioni, presenti nei diversi villaggi, con membri dai 16 anni ai 35 anni che frequentano almeno l’VIII classe.

A Balia il gruppo è composto da 30 persone, di cui 5 ragazze. Il club, attivo dal 2019, sta svolgendo un ottimo lavoro per quanto riguarda la relazione con il governo e in particolare la possibilità di accedere a opportunità governative, ad esempio il technical training (autista, riparatore di frigorifero, riparatore di computer…) o per sussidi per persone appartenenti a categorie vulnerabili spesso analfabete, o ancora per risolvere difficoltà del villaggio (mancanza d’acqua, elettricità, pavimentazione strade etc). Ha inoltre un ruolo fondamentale nella prevenzione dei matrimoni precoci e nella sensibilizzazione sull’uso di droga e i rischi dei social network. Durante la fase acuta della pandemia i membri hanno distribuito mascherine e hanno registrato gli abitanti per le vaccinazioni. Intervengono anche per risolvere controversie, mentre prima venivano chiamate persone di alta casta che le alimentavano per impadronirsi dei terreni. Hanno infine organizzato un torneo di sport e competizioni culturali con altri villaggi per conoscersi, e preparano eventi di danza per i bambini che a scuola sono generalmente esclusi da queste attività in quanto Dalit. 

Giovane 1: “I nostri genitori pensavano che la nostra condizione di marginalità fosse il nostro destino e che fosse sufficiente mangiare e vivere perché non sapevano neanche cosa fosse l’educazione. Ma adesso i loro occhi si stanno aprendo sulla discriminazione e la violenza da parte di alcune persone di alta casta. Il nostro ruolo fondamentale è quello di esigere che i nostri diritti vengano rispettati.”

Giovane 2, presidente del club: “Le nostre mamme non erano istruite, e senza educazione il futuro è buio. Noi vogliamo essere agenti di cambiamento e permettere al villaggio di liberarsi dai tabù grazie all’istruzione. L’aiuto di DALIT in questo percorso è stato fondamentale e in questi 3 anni abbiamo avuto risultati che non avremmo mai immaginato.”

Giovane 3: “Grazie alle attività svolte dal club, dal 2019 è avvenuto un solo matrimonio precoce. Siamo invece riusciti a sventare 3 tentativi di matrimoni precoci nel 2021.”


 

Abbiamo infine avuto l’occasione di parlare direttamente con alcune ragazze beneficiarie del programma Borse Rosa.

Sopna: “Sto studiando per la laurea triennale in inglese. Mio padre fa il contadino e mia madre è casalinga. E’ importante che le ragazze siano istruite adeguatamente. Poi si può scegliere di essere moglie e madre, ma non va bene diventarlo essendo analfabete.”

Pushpa: “Studio giurisprudenza a Khulna e vorrei diventare giudice. È molto interessante vedere qui con noi oggi due donne: una (Nazmun Nahar, Upazila Women’s Affairs Officer di Tala, NdR) è un esempio vivente di cosa si può fare per prevenire i matrimoni precoci, l’altra è venuta dall’estero quindi è la dimostrazione che anche le donne possono viaggiare da sole se studiano. Prima non c’erano opportunità educative per i Dalit, non avevamo scelta. Ora dobbiamo cambiare mentalità: noi donne, insieme agli uomini, possiamo essere agenti di cambiamento. Noi ragazze dobbiamo sempre ricordarci che dobbiamo essere gentili come fiori ma anche forti come il fuoco.”

Sumita: “DALIT mi ha sostenuta nel mio percorso educativo sin dalla scuola dell’infanzia e ora studio all’università. La mia esperienza non è stata priva di ostacoli, perché in IX avevo scelto di studiare scienze ma ho avuto difficoltà a passare l’esame di Secondary School Certificate alla fine della X e ho capito che sarebbe stato meglio passare al curriculum arte e, dopo la XII, mi sono iscritta a economia. Vorrei essere d’esempio per altre ragazze e portare la luce alla mia famiglia, ai Dalit e al Paese.”

Priya: “Noi ragazze sostenute dal progetto sentiamo il bisogno di restituire almeno in parte quello che stiamo ricevendo; abbiamo infatti costituito un piccolo fondo attraverso il quale aiutiamo persone povere che hanno bisogno, o anche qualcuna di noi che non riesce a pagare la quota prevista per gli esami. Oltre a questo, interveniamo sempre quando sentiamo che nel villaggio si sta organizzando un matrimonio precoce, parliamo coi genitori e, se non cambiano idea, contattiamo DALIT e la polizia.”

Jaya: “Io sono del villaggio di Banka e, in parallelo agli studi universitari per i quali ricevo un supporto da DALIT, ho seguito un corso di artigianato organizzato dal governo con il sostegno del Giappone e sto aiutando 60 donne del villaggio a confezionare borse realizzate con la iuta. Abbiamo già ricevuto un ordine di 1000 borse.”

I bambini di Kitanga e l’istruzione: un tesoro di cui avere cura

#adozioni a distanza, #Africa, #bambini, #educazione estero, #Uganda

Aggiornamento al 14 luglio 2022

Padre Gaetano, il responsabile di progetto, ci ha dato notizia di un evento capitato qualche giorno fa: purtroppo è bruciato un dormitorio della St Aloysius School, scuola secondaria in cui studiano le ragazze che sosteniamo con il programma Borse Rosa. Fortunatamente l’incendio è sopraggiunto all’ora di cena, quindi nessuna ragazza è rimasta ferita.

Le 113 ragazze ospitate nel dormitorio hanno perso i loro averi personali (materassi e biancheria da letto, uniformi, materiali didattici e igienici). I genitori e alcuni donatori locali si sono subito resi disponibili per occuparsi della ricostruzione del dormitorio, ma abbiamo bisogno anche del tuo aiuto per provare a restituire alle ragazze ciò che hanno perso nell’incendio.

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Se ci seguite sui social – e se ancora non lo fate, questo è il momento giusto per farlo – saprete che due nostri colleghi, a fine maggio, sono stati in missione Cuore di Bimbi a Kampala, in Uganda. E poi cosa fai, sei in Uganda e non vai a trovare il nostro partner del progetto educativo? Così, dopo il buon esito delle operazioni salvavita per i bambini cardiopatici, Guido e Vincenzo si sono diretti a Kitanga da Padre Gaetano.

 

St. Clelia School: un’oasi sicura per gli studenti e le studentesse di Kitanga

L’esperienza di Kitanga nasce in risposta ad un bisogno fondamentale della comunità: l’istruzione, legata al sistema educativo ugandese, che così come si presenta è garantita solo alle classi sociali più agiate che possono permettersi scuole private costose. 

La Scuola Santa Clelia è nata come asilo nel 2005; nonostante si trovi in una zona rurale ed accolga solo bambini poveri, si tratta di una scuola modello che nel 2020/21 si è classificata 103° su 20.000 scuole in Uganda, e prima della regione sulla base dei risultati ottenuti dagli alunni agli esami che certificano il completamento dell’istruzione primaria.

Nel corso degli anni il Responsabile di progetto, Padre Gaetano Batanyenda, ha fatto molto per i bisogni della comunità, costruendo accanto alla scuola anche un’area di sviluppo industriale (con mulino, falegnameria, laboratorio di lavorazione del metallo, sartoria), un ospedale e una banca sociale che si occupa di erogare attività di microcredito alle donne.

L’obiettivo del nostro progetto è quello di garantire il raggiungimento di un’educazione inclusiva e di qualità ai bambini della St Clelia School, che ad oggi sono più di 850, e il proseguimento alla scuola secondaria per le 24 ragazze attualmente sostenute.

 

Tre parole per descrivere la nostra missione: accoglienza, calore, gratitudine

“Siamo arrivati intorno alle 17, dopo un viaggio di qualche ora. Appena scesi dall’auto siamo stati accolti da un fiume di bambini e ragazzi, di tutte le età, con in mano palme e rametti di ulivo, con cartelli di benvenuto con scritti i nostri nomi, e da una banda che ha riempito di colore e ritmo la strada verso il Centro gestito da Padre Gaetano” – ci racconta Guido, ancora felicemente sorpreso da tutta quella calorosa accoglienza.

 

“Nei giorni successivi Padre Gaetano ci ha fatto letteralmente da guida: la visita alla scuola e alle numerose classi era d’obbligo, e qui abbiamo potuto assistere a qualche lezione degli studenti più piccoli e a momenti di formazione delle ragazze sostenute attraverso il programma Borse Rosa.

 

Ci ha poi mostrato la struttura – ad uso femminile – dove alcune ragazze frequentano laboratori di cucito, e ci hanno detto di essere contente di poter apprendere delle skill che saranno loro utili nel mondo del lavoro. Non poteva infine mancare una deviazione al Lago Bunyonyi, un posto magico dalle mille sfumature di verde e azzurro, raggiungibile scendendo a valle lungo una strada sterrata.”

 

Guido ci parla di giornate intense, dove ogni minuto è stato riempito da posti da vedere, persone da conoscere e cose da fare: tra queste ultime, ci racconta di come lui e Vincenzo siano stati coinvolti nel preparare e poi servire ai bambini per merenda – sotto lo sguardo attento del personale del Centro – il frullato di banane, raccolte direttamente dal bananeto adiacente alla scuola.

È stato emozionante percepire e vedere con i nostri occhi la gratitudine verso Mission Bambini, sia da parte degli studenti che degli insegnanti. Sono tutti consapevoli che ricevere e garantire un’istruzione di qualità è qualcosa di importante e che si può fare solo insieme, collaborando e mettendo in comune le capacità di ciascuno.”

Il giorno dei saluti è infine giunto, e tutto lo staff della St. Clelia School ha organizzato un momento di festa con canti e balli per salutare i nostri colleghi; Guido ci assicura, e non facciamo fatica a crederci, che era impossibile non farsi coinvolgere da tutta quell’energia!

 

 


È appena uscito il nostro Annual Report, in cui potrai leggere come continuiamo a mettere al centro della nostra attenzione e del nostro operato i bambini, in Italia e nel mondo. 

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Attiva una donazione microregolare, con soli 5 euro al mese contribuisci alla creazione di un fondo a sostegno dei bambini che ogni giorno aiutiamo, in Italia e nel Mondo. La tua donazione sarà destinata dove c’è più bisogno e durante l’anno ti aggiorneremo su come il tuo aiuto ha cambiato tante piccole vite.

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Pensa a divertirti: diventa volontario!

#bambini, #infanzia, #scuola, #volontariato

Il volontariato? Per noi è tutta una questione di divertimento.

Lo sanno bene Désirée, Jasmine e Beatrice, che con le loro testimonianze ci hanno mostrato come fare il volontario è in primis una soddisfazione per sé: solo se si è felici di ciò che si fa si possono aiutare gli altri.

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Tutoring per gli studenti: l’importanza delle relazioni

Tra le nostre proposte di volontariato c’è quella in cui i volontari, dopo essere stati formati, scelgono di offrire il loro tempo per sostenere gli studenti in difficoltà nello studio. Abbiamo raccolto un paio di esperienze, accomunate dal desiderio di aiutare gli alunni a ritrovare fiducia in se stessi.

Il periodo di tutoring che ho avuto la fortuna di fare quest’anno è stata una svolta personale. Lavorare con i ragazzini delle scuole medie mi ha fatto crescere personalmente e mi ha insegnato molto. Ho potuto conoscere realtà diverse, aiutare ciascuno dei ragazzi a sviluppare abilità scolastiche e anche relazionali. È stata una delle migliori esperienze fatte, e spero di avere l’opportunità di rifarla. È sempre una gioia aiutare e vedere i bei risultati ottenuti.” 

“È stata la mia prima esperienza come tutor ed è stata davvero bellissima. Ho conosciuto dei ragazzi pieni di sogni e di curiosità, ma inondati di insicurezze. Ogni lunedì conquistavamo disciplina e determinazione: le attenzioni di noi tutor regalavano a questi ragazzi il riconoscimento di cui avevano bisogno, e il loro impegno era una sorta di regalo per il nostro supporto. Molti di questi ragazzi sono l’incastro perfetto di culture lontane; il nostro incontro è stato spesso uno scambio di conoscenze, una condivisione del sapere, quindi questa esperienza è stata una ricchezza per entrambe le parti.” 

 

 

Il volontariato si tinge di verde

Un’altra esperienza che possono fare i nostri volontari rientra nel progetto di educazione allo sviluppo sostenibile. Si tratta di incontri con classi di studenti per affrontare, tramite il gioco PiantaLà, il tema della tutela dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile, con l’obiettivo di contribuire alla consapevolezza di bambini e ragazzi sull’importanza della sostenibilità ambientale.

Ecco una testimonianza di chi ha vissuto questa esperienza in prima persona.

“Sono stata molto felice di aver preso parte a questa attività. Mi ha colpito l’entusiasmo dei bambini durante il gioco, ma soprattutto la loro tipica non-timidezza, che è proprio una bella energia da vedere. Per quanto riguarda i contenuti trattati nel gioco, li ho trovati molto educativi, penso che possano aver stimolato la curiosità dei bimbi e ad averli quindi avvicinati al tema della sostenibilità ambientale. Ho apprezzato molto questo tema in quanto penso che sia ad oggi imprescindibile sensibilizzare fin da subito i più piccoli: credo che questo possa davvero cambiare il futuro. Sì, questa attività mi ha fatto sempre iniziare la giornata con il piede giusto; mentre tornavo a casa in macchina subito dopo l’attività mi dicevo: ho fatto proprio bene ad andare.

 

 


 

Vorresti conoscere le altre opportunità con cui puoi diventare volontario per i bambini? 

Ti diamo appuntamento a martedì 14 giugno con Volontariando, il nostro corso di formazione gratuito dedicato a chi è interessato al mondo del volontariato e a chi si vuole avvicinare alla nostra Fondazione.

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Non può esserci matrimonio senza cuore, senza amore, senza emozioni; ma come rendere il cuore il protagonista delle proprie nozze?

Il cuore sta nei dettagli, nelle attenzioni e negli sguardi, ed è proprio con il cuore che ci si sposa.

 

 

Dunque, per organizzare un matrimonio di cuore si deve fare attenzione ai particolari: scrivere inviti personalizzati per le persone più vicine alla coppia, optare per segnaposti scritti a mano e, ovviamente, scegliere delle bomboniere che rappresentino l’Amore nella maniera migliore.

“Le bomboniere sono sempre atti d’amore. Cadeaux personalizzati per sorprendere, stupire e innescare il ricordo”. Così definisce le bomboniere Zankyou, il portale per organizzare il matrimonio, che mette a disposizione degli sposi moltissimi servizi come partecipazioni di nozze, oggetti di decorazioni, una Directory con i migliori fornitori del mercato e un Magazine con tanti consigli ed ispirazioni.

E, sottolinea, le bomboniere possono caricarsi anche di valori e amore che sconfina la conoscenza diretta, per diventare un principio assoluto. Un principio di aiuto e sostegno che guarda al futuro, lo stesso principio che da oltre 20 anni ci guida nel supportare bambini poveri, malati e svantaggiati in tutto il mondo.

 

 

Per questo abbiamo creato le bomboniere solidali: così che le vostre nozze si trasformino in un evento unico, in cui l’Amore si fa universale e coinvolga anche gli invitati in un atto che celebra il cuore e dona un futuro migliore a tanti bambini in difficoltà.

Perché il vostro sia davvero un matrimonio di cuore.

 

 

Zankyou, parlando delle nostre bomboniere solidali, ci ricorda che “gli invitati torneranno a casa con un gradito ricordo e a loro volta potranno decidere di optare per queste speciali bomboniere per i loro grandi eventi. Un atto di amore verso il prossimo, ma anche una scelta estetica ben definita.”

Nel selezionare le nostre bomboniere, infatti, un’attenzione particolare è stata dedicata allo stile e ai materiali, così che fare una scelta etica non tolga nulla all’eleganza e alla classe che si desidera per le proprie nozze.

 

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Lo “Spazio Mission Bambini” a Milano e Padova

#bambini, #educazione, #Italia, #scuola

È partito nelle scuole di Milano e Padova lo Spazio Mission Bambini, un’aula dedicata dove i bambini delle classi coinvolte – accompagnati da personale specializzato – potranno sviluppare il pensiero creativo, le competenze cognitive e computazionali, nonché la comunicazione e la cooperazione tra pari.

 

Una base sicura dedicata ai bambini

“Questi sono bambini sani, ma hanno assolutamente bisogno di un supporto emotivo. Perché da soli non sono in grado di fronteggiare le situazioni di forte stress che stanno vivendo”. È questo il grido d’allarme lanciato dalla professoressa Sara Scrimin dell’Università di Padova (Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione), partner di Mission Bambini nel nuovo progetto all’interno delle scuole.

“Le scuole dove abbiamo avviato questi interventi – continua Scrimin – sono localizzate in contesti caratterizzati da forte povertà educativa e materiale. Alle spalle questi bambini hanno famiglie già fragili, duramente provate dalla pandemia anche sul piano economico. E le difficoltà delle famiglie si riversano inevitabilmente sui più piccoli”.

Perdita di concentrazione, comportamenti inappropriati e aggressivi, pianti incontrollati… È così che il disagio di bambini e ragazzini si manifesta in classe. “Per questo insieme alla Fondazione abbiamo deciso di creare all’interno delle scuole un ambiente fisico separato che svolga la funzione di “base sicura”. Un’aula dedicata dove lo studente, o un piccolo gruppo di studenti, può ‘ricaricarsi’ trovando il supporto emotivo che gli serve, anche grazie alla presenza di figure professionali come psicologi ed educatori in affiancamento agli insegnanti”.

È così che nasce all’interno delle scuole lo “Spazio Mission Bambini”. Grazie ai fondi raccolti attraverso la campagna “Illuminiamo la scuola” lanciata dalla nostra Fondazione lo scorso autunno, sono già due gli istituti coinvolti, per un totale di 400 studenti: a Milano l’Istituto Comprensivo Statale Arcadia, a Padova il VII Istituto Comprensivo San Camillo. Oltre allo spazio fisico, l’intervento prevede la realizzazione in aula, durante l’orario scolastico, di laboratori multidisciplinari utili a dare ai giovani studenti preziosi strumenti di regolazione emotiva. “Sono strumenti fondamentali – conclude Scrimin – perché se non sta bene, un bambino non apprende”.

 

Ti racconto: la parola agli insegnanti

Antonino Gullo, insegnante e referente del progetto presso l’ICS Arcadia di Milano, ci racconta:

“Il focus di noi insegnanti è sulla didattica, per questo l’intervento di Mission Bambini rappresenta una manna dal cielo: si prende carico della parte emotiva, attraverso personale specializzato. Gli psicologi del team entrano nelle aule ‘in punta di piedi’, proponendo attività laboratoriali sulla gestione delle emozioni. Osservano le dinamiche della classe e quindi possono poi proporre interventi mirati sul singolo bambino o su piccoli gruppi attraverso lo Spazio Mission Bambini, sempre con il coinvolgimento di noi insegnanti e durante l’orario curriculare. Durante le prime attività in aula i bambini sono stati bene e hanno mostrato interesse. Anche da parte degli insegnanti ho ricevuto riscontri positivi. Il primo seme è stato piantato: grazie a Mission Bambini, che ancora una volta è stata attenta alle nostre richieste per progettare insieme un intervento che risponde ai bisogni reali di bambini e ragazzi”.

Congo: un’opportunità per i bambini di strada

#adozioni a distanza, #bambini, #Congo, #educazione, #estero, #RDC

Ai bambini di strada di Kinshasa serve solo una spinta: quella che possono dare accoglienza, istruzione e cure mediche, ma anche l’ascolto dei loro sogni e desideri per il futuro.

 

Repubblica Democratica del Congo: un Paese enorme e complesso

Da solo ha un’estensione territoriale pari a mezza Europa e attraversa quasi tutta l’Africa. Ha una storia coloniale e post-coloniale difficile, e da una ventina d’anni sta vivendo una delle più gravi crisi umanitarie a livello mondiale. È infatti segnato da una guerra civile, che ha causato circa 6 milioni di morti. Grandi ricchezze naturali nel sottosuolo come diamanti, oro e coltan attirano gli interessi di milizie e gruppi armati di varia natura, lasciando in povertà gran parte della popolazione.

 

Come restiamo #viciniaibambini?

Nella capitale sosteniamo dal 2010 il centro “Point d’Eau”, che accoglie bambini di strada. “Solo a Kinshasa, che ha un’area metropolitana di oltre 17 milioni di abitanti, i bambini di strada sono decine di migliaia” – ha raccontato durante un incontro online con i nostri donatori Giampaolo Musumeci, giornalista esperto di Africa da anni vicino alla Fondazione. “Orfani o abbandonati, questi bambini diventano facilmente preda delle bande criminali. Uno delinque non perché è cattivo, ma perché vittima di condizioni di povertà ed emarginazione. Il lavoro di Mission Bambini in questo contesto è meritorio, perché non è facile prendere per mano questi bambini, restituire loro un senso e una motivazione, tirarli fuori dalla strada”.   

 

 

Al Centro i bambini trovano uno spazio sicuro dove poter mangiare una volta al giorno, curare l’igiene personale, lavare i propri indumenti, farsi medicare, apprendere a leggere e scrivere, fermarsi a dormire. “Il centro è gestito dall’associazione locale OSEPER e grazie al nostro contributo – racconta Maria Torelli, Program coordinator della Fondazione – copriamo i costi per l’accoglienza di 65 bambini ogni anno. Oltre l’aiuto immediato, l’obiettivo è quello di reinserirli gradualmente nel loro nucleo familiare – se possibile – o nella società, attraverso progetti educativi che puntano alla loro autonomia”.

Mauro Besana, volontario di Mission Bambini che ha potuto visitare il nostro Centro di Kinshasa nel 2018, ci racconta di un bambino che ha conosciuto: “Abigael aveva 9 anni. Nato con una zoppia, a 3 anni è stato abbandonato sui binari del treno dal padre, che addossa a lui la colpa della separazione dalla moglie. Altri bambini di strada l’hanno trovato e portato al Centro. Qui gli educatori sono riusciti a coinvolgerlo, nominandolo responsabile dei conigli. Col tempo ha acquisito fiducia: oggi gioca a pallone e può finalmente fare il bambino”.

 

Anche tu hai l’opportunità di sostenere in modo regolare il Centro “Point d’Eau” e regalare una seconda opportunità ai bambini di strada di Kinshasa.

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Bisa, operata in Uganda grazie al sostegno dei nostri donatori

#bambini, #bambini cardiopatici, #salute, #Uganda

A inizio 2021 il Dr. Muhoozi, cardiochirurgo presso il Mulago Hospital di Kampala in Uganda, ci ha raccontato di non avere gli strumenti e il materiale necessari per realizzare gli interventi chirurgici a favore dei bambini malati di cuore. Abbiamo rivolto questo appello ai nostri donatori e, come spesso accade, in tanti hanno risposto con grande generosità!

 

In Uganda c’è un cuore che è tornato a battere forte

Bisa, due anni e mezzo, è figlia di un papà contadino e di una mamma casalinga, e vive nel Distretto di Katakwi, nell’Est dell’Uganda, che dista più di 350km da Kampala. La bambina è nata con un difetto del setto interventricolare, cardiopatia che le procurava un rallentamento della crescita e difficoltà respiratorie. I genitori, proprio osservando il respiro affannoso della piccola e il fatto che fosse meno sviluppata dei suoi coetanei, avevano capito che qualcosa non andava e – grazie a questa attenzione – hanno richiesto dei controlli che hanno evidenziato la malformazione.

 

 

La situazione economica della famiglia però non permetteva di garantire alla piccola la visita cardiologica e l’intervento, necessari per salvarle la vita. Grazie all’aiuto della nostra Fondazione Bisa ha potuto effettuare un’ecocardiografia presso l’Uganda Heart Institute, è stata inserita nella lista operatoria e, nel giro di poche settimane, è stata operata dal Dr. Muhoozi. L’intervento è andato a buon fine ed è stato risolutivo; Bisa, dopo un periodo di osservazione, è stata dimessa e i medici hanno comunicato che la bimba non necessiterà di ulteriori operazioni. La sua vita potrà proseguire tranquilla e la sua crescita potrà essere monitorata con semplici visite periodiche.

È attraverso i fondi raccolti che siamo riusciti ad acquistare materiale utile per gli interventi per salvare bambini come Bisa: cerotti per tessuto cardiaco, tubi utilizzati su vasi sanguigni danneggiati o malati, cannule aortiche pediatriche e cannule di cardioplegia per la circolazione extracorporea, cateteri e tubi tracheali.

 

La storia di Bisa è una delle tante storie che stiamo scrivendo in Uganda, per salvare i bambini cardiopatici; puoi scegliere di scriverle anche tu, insieme a noi.

Sostieni un bambino cardiopatico

Storie di ragazze: l’opportunità di poter scrivere il proprio futuro

#educazione, #ragazze

In occasione della Festa della Donna abbiamo raccolto alcune storie: di ragazze, di donne, che hanno avuto l’opportunità di mettersi in gioco, di scoprire i propri talenti e poter cominciare a scrivere il loro futuro. 

Grazie ad Associazione Gruppo di Betania per avercele raccontate.

 

“Noi come bottoni”: il laboratorio creativo 

All’inizio – ci raccontano le ragazze – il laboratorio creativo di Villaluce era solo una porta chiusa che ci faceva paura, quella paura che prende ciascuno di noi di fronte a tutte le cose nuove. Poi l’abbiamo aperta, insieme. All’interno della stanza bottoni, stoffe, fili… tutto ai nostri occhi appariva inutile. Alla vista di quegli oggetti ci siamo spaventate, ci siamo sentite non all’altezza. Come potevamo utilizzare e trasformare tutto quel materiale in qualcosa di bello, capace di rallegrare noi nel creare e gli altri nell’ammirare? 

Superato quel blocco iniziale, in cui ci sentivamo incapaci di creare e ridare vita a quei bottoni ammassati, alle cassette di frutta raccolte al mercato, ai fili e alle stoffe sparse, tutto è diventato più interessante

Piano piano sono nate idee e questi oggetti hanno preso vita e, insieme a loro, anche noi! 

Il laboratorio creativo – continuano a raccontare – è infatti uno spazio che permette a noi ragazze di esprimerci, di trasmettere emozioni, di fare quel passo in più per raggiungere qualcosa di bello. Qualcosa che è dentro ciascuno di noi anche se spesso ce ne dimentichiamo. Qui ogni gesto diventa un’opportunità. Soltanto alla fine abbiamo capito l’importanza della ricerca: l’importanza di non mollare anche quando tutto sembra inutile e non vale la pena di provarci. Fare la fatica di superare quelle paure iniziali e fidarci di chi ci dice: “Vale la pena arrivare fino in fondo”

 

Dalla formazione al lavoro: la storia di Clara 

Clara*, originaria della Bolivia, è arrivata a Villaluce all’età di 15 anni, dopo alcune burrascose vicende familiari. Durante i primi mesi di permanenza in Comunità era molto timida, introversa. Faceva fatica a entrare in relazione con gli educatori e con le altre ragazze. 

Giorno dopo giorno, Clara inizia ad aprirsi con le sue compagne, facendo emergere alcuni aspetti di lei fino a quel momento celati: l’altruismo, la curiosità, la tenacia, la voglia di mettersi in gioco. Clara inizia inoltre a delineare i suoi obiettivi sia personali che lavorativi, primo tra tutti quello di poter lavorare in un ristorante, in particolare in sala. Essendo una ragazza piena di energia, decide di cercare un tirocinio adatto alle sue aspirazioni. La Responsabile del Servizio, Federica, contatta un ristorante che le sembra adeguato alle caratteristiche della ragazza: è un ristorante facile da raggiungere, non troppo frequentato e caotico, a conduzione familiare e quindi un ambiente molto accogliente. Il titolare del ristorante accetta di ospitare la ragazza in stage per 4 mesi e di formarla sulle mansioni. 

Inizialmente Clara, nonostante la grande motivazione, mostra alcune difficoltà legate alla novità del contesto lavorativo, all’ansia iniziale, alla fatica di mantenere alto il livello di concentrazione. Attraverso il supporto della Responsabile del Servizio, dell’educatrice di riferimento e dei colleghi, Clara riesce a superare le difficoltà iniziali e ad acquisire competenze e autonomie utili per professionalizzarsi come cameriera. Si dimostra più ricettiva, dinamica, desiderosa di imparare, maggiormente a suo agio nel contatto con i clienti. I riscontri dei titolari sono positivi e la ragazza diventa un membro importante dell’organico, tanto che alla fine dello stage decidono di chiederle di collaborare ancora con il ristorante, coprendo i servizi in sala nei week end. Clara accetta e firma il suo primo contratto vero e proprio. Clara è molto felice del suo percorso e si sta formando ulteriormente nel settore: nei suoi giorni liberi svolge infatti un’attività di apprendistato, per arricchire sempre di più il suo bagaglio di competenze trasversali e tecnico-professionali, così da costruirsi le basi per un futuro migliore

*nome di fantasia  

 

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Una carovana del sorriso per i bambini della Tanzania

#adozioni a distanza, #bambini, #educazione, #estero, #Tanzania

La nostra seconda missione all’estero ci ha portati in Tanzania, per visitare un nuovo progetto educativo a Mabilioni e per conoscere il partner locale. Ad accompagnare Maria Torelli – nostra program coordinator – anche Beppe Mambretti, Maruscka Nonini e Jeannette Rogalla, nuovi volontari della Fondazione e già volontari de “La Carovana del Sorriso”, a cui abbiamo dato il benvenuto durante l’estate.  

 

Dove ci troviamo? Il contesto e il popolo Masai

Il progetto si svolge a Mabilioni, nel comune di Hedaru: è una circoscrizione mista con una popolazione di oltre 18.000 abitanti, e dista 379 km dalla capitale della Tanzania, Dar Es Salaam. Il villaggio di Mabilioni dista 2 km dalla strada principale ed è al limite di un territorio popolato essenzialmente da Masai; ci troviamo infatti nella regione del Kilimanjaro, in piena steppa masai

Ed è proprio qui, al confine con il Kenya, che vive questo popolo antico che ha portato nella storia contemporanea le tradizioni del proprio passato. La loro lingua è il maa, dalla quale deriva il nome della popolazione. I masai sono tradizionalmente pastori semi-nomadi e il bestiame riveste per loro un’importanza vitale. I villaggi sono composti da rudimentali capanne rotonde costruite in legno e fango; al centro del villaggio è solitamente presente un recinto dove viene rinchiuso il bestiame durante la notte, per evitare gli attacchi dei predatori.

Anche gli abiti, spesso caratterizzati da stoffe di color rosso, sono rimasti immutati nel tempo; inoltre i masai indossano numerosi monili e gioielli, che tanto li rendono riconoscibili, su polsi, caviglie e collo. L’insieme dei colori utilizzati ha un significato ben preciso e aiuta ad identificare lo status sociale di chi li indossa.

 

Tanzania, al via un nuovo progetto

Ed eccoci giunti allo scopo del viaggio: visitare il nuovo progetto educativo a Mabilioni e conoscere il partner locale, i Brothers of Jesus the Good Shepherd. Ad accompagnare Maria Torelli c’erano dall’Italia anche i nostri nuovi volontari e già volontari de “La Carovana del Sorriso”, organizzazione di volontariato di Lecco che, dopo un impegno di 12 anni e la realizzazione di importanti opere per questa comunità, ha deciso di affiliarsi alla nostra Fondazione.

“Dando continuità al loro impegno – ci spiega Maria – la nostra Fondazione sosterrà “La Casa degli Angeli” di Mabilioni, struttura che accoglie attualmente 17 bambini e ragazzi che frequentano le scuole primarie e secondarie statali di questa località. Durante la mia permanenza ho visto con i miei occhi quanto i bambini siano trattati in maniera molto amorevole e attenta. La sveglia è alle 5 e i bambini escono per andare a scuola tra le 6 e le 6.30, a seconda della distanza. Ritornano all’incirca alle 17 e contribuiscono alla pulizia degli spazi e dei loro vestiti, alla cura degli animali, alla gestione del magazzino, nonché alla preparazione dei pasti: a seconda dell’età ciascuno svolge i propri compiti. Alla sera hanno sempre del tempo libero prima e dopo la cena. Il venerdì sera, in particolare, c’è una serata di sviluppo dei talenti, dove ciascun bambino può presentare una propria creazione o raccontare qualcosa: ecco come li si aiuta a sviluppare la fiducia in se stessi!”

Presso il Charity Village, di cui La Casa degli Angeli fa parte, vi sono anche uno spazio per attività ricreative, una chiesa dove i Brothers dicono messa ogni mattina, e un orto con ortaggi – per ridurre i costi degli acquisti esterni e per insegnare ai bambini a coltivare. Nella zona circostante sono stati piantati alberi e posizionati vasi con fiori e piante, per abbellire l’ambiente e creare ombra: ciò ha fatto sì che la zona si sia popolata anche di specie di uccelli variopinti. Esternamente al recinto è stato inoltre attrezzato un campo da calcio, per la gioia di grandi e piccoli.

 

“Cosa vuoi fare da grande?”: l’istruzione per aprire le porte del futuro

La scuola primaria si trova a 10 minuti a piedi dal Charity Village ed è frequentata da 9 bambini, mentre 8 ragazzi frequentano la scuola secondaria a Mabilioni.

Sostenuto dal progetto è anche un ragazzo masai, fortemente raccomandato dal preside della scuola del suo villaggio poiché talentuoso, che sta frequentando il terzo anno di scuola secondaria presso un college privato. A lui si aggiungono un ragazzo che sta per terminare l’Università, e una ragazza che frequenta il primo anno di Scienze della Formazione e che vorrebbe diventare insegnante. Un ragazzo ha invece da poco terminato il primo anno di scuola per elettricisti, mentre un altro inizierà a breve una scuola di arte e musica vicino alla capitale.

 

Alla scuola primaria e secondaria si è affiancata, nel 2019, la scuola dell’infanzia per bambine e bambini Masai dai 4 anni circa provenienti dal villaggio di Gunge, che dista 3 km dal Charity Village. Nelle aree circostanti, infatti, sorgono numerosi villaggi in cui vivono circa 800 bambini, per la maggior parte di etnia masai. Il nostro impegno è dunque quello di garantire l’accesso all’istruzione e il pranzo per tutti i bambini della pre-school, che dura generalmente 2 anni; può eventualmente durare anche di più, qualora i bambini cominciassero a frequentarla prima dei 5 anni, come talvolta accade. Questa è la fase più delicata, perché l’insegnamento dello swahili – la lingua ufficiale della Tanzania – permetterà ai bimbi di integrarsi nelle scuole statali.

La struttura, divisa in 2 classi, accoglie attualmente circa 70 bambini. Qui vengono insegnati swahili (lettura e scrittura), matematica (contare, somme, sottrazioni), nonché le nozioni base dell’inglese, su cui i bimbi vengono valutati a metà e a fine anno. I pasti per i bimbi vengono cucinati a turno dalle mamme e sono composti da porridge, mentre i bambini portano il latte da casa.

Un aspetto molto positivo, e un segnale di interesse verso l’istruzione dei bambini, è che ad aprile 2021 il nostro partner locale, nella figura di Br Valerian McHome, ha effettuato un incontro con 55 Masai, che si sono impegnati a contribuire economicamente per costruire una nuova aula: hanno già raccolto 300.000 TZS (circa 107 €) e metteranno a disposizione 10 acri per la scuola. Nel frattempo, hanno ripulito l’area e stanno iniziando a raccogliere pietre per la costruzione. L’aula sorgerà in una zona con anche spazi in ombra, dove i bambini potranno anche giocare. Nell’aula verranno accolte le due classi, ciascuna con la sua lavagna, mentre l’aula precedente verrà utilizzata per il culto.

“Br Valerian – ci racconta Maria – cena coi bambini 2-3 volte a settimana. Se qualche bambino si comporta male, gli viene chiesto il suo parere per responsabilizzarlo, per poi invitarlo a scusarsi con la persona offesa. I bambini si correggono anche tra di loro: vengono educati a sentire la casa come loro e a orientare i più piccoli. I più grandi contribuiscono inoltre alla gestione della casa. Per quanto riguarda il percorso futuro dei bambini, viene chiesto loro cosa vorrebbero fare da grandi, viene osservato il loro atteggiamento nei confronti degli altri, ad esempio per vedere se potrebbero essere dei bravi infermieri o insegnanti e, seguendo le loro inclinazioni e le loro passioni, vengono guidati nella scelta formativa.”

 

Ecco come continueremo a mantenere vivo il progetto e a prenderci cura dei bambini e dei ragazzi di Mabilioni e Gunge: dando loro nuove opportunità di vita attraverso l’istruzione, insieme.

 

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