In Italia 1,3 milioni di minorenni vivono in povertà assoluta: per loro abbiamo creato il “Banco dei Desideri”, per regalare colori, libri e giochi.
Venerdì 11, sabato 12 e domenica 13 settembre 2026 vieni a trovarci nelle librerie Feltrinelli di tutta Italia (trova quella più vicina a te nella mappa qui sotto), e aggiungi ai tuoi acquisti articoli per la scuola, il gioco e la lettura per tutti i bambini che iniziano un nuovo anno scolastico. Distribuiremo i prodotti raccolti alle scuole e alle strutture per la prima infanzia della tua città.
I prodotti raccolti durante le due giornate verranno distribuiti, rispettando il criterio della prossimità territoriale, a una rete di enti (organizzazioni non profit, asili, strutture per la prima infanzia e scuole) selezionati dalla nostra Fondazione in virtù del fatto che operano quotidianamente a favore di bambini e ragazzi in difficoltà.
Scegli che cosa donare tra i prodotti suggeriti per bambini e ragazzi da 3 a 14 anni:
Cartoleria: quaderni, prodotti di cancelleria, colori;
Giocattoli: educativi, di società, puzzle, costruzioni, bambole, peluche;
Libri: libri gioco, raccolte di favole, atlanti, dizionari, narrativa per ragazzi.
Questi materiali, per un bambino che proviene da una famiglia in povertà, rappresentano finestre sul mondo, strumenti per costruire ponti verso un futuro più luminoso e scoprire il potere delle parole e l’infinito delle idee.
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Ti aspettiamo quindi, per offrire a tutte le studentesse e a tutti gli studenti il back to school che meritano.
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Stiamo cercando volontari per il Banco dei Desideri!
Se desideri metterti in gioco, accogliere i clienti, promuovere la raccolta e vivere un’esperienza di solidarietà concreta, contattaci. Potremo darti tutte le informazioni necessarie oltre che indicarti la libreria Feltrinelli più vicina alla tua zona di provenienza. Unisciti a noi per una giornata di solidarietà.
Hai mai pensato a quante lavatrici fai in una settimana? Alla scuola St. Clelia di Kitanga, in Uganda, il bucato è una necessità quotidiana enorme: ogni giorno si lavano divise, lenzuola e indumenti per centinaia di bambini e ragazzi. E oggi, nonostante la presenza di una lavatrice industriale, gran parte del lavoro viene ancora svolta a mano.
Stefano Oltolini, direttore generale di Mission Bambini ha registrato un messaggio da Kitanga
“Durante una recente visita al centro, abbiamo condiviso il pranzo con gli studenti e osservato da vicino la loro quotidianità. Tra le tante immagini raccolte, una è rimasta impressa più delle altre: una lunga fila di panni stesi e persone chine per ore a lavare a mano. Un gesto semplice, ripetuto ogni giorno, che racconta però una fatica enorme”.
Alla scuola St. Clelia studiano circa 900 alunni. Di questi, 800 vivono nel centro per gran parte dell’anno. Questo significa garantire ogni giorno non solo pasti, istruzione e accompagnamento, ma anche condizioni di igiene e decoro adeguate. Quando piove e la terra si trasforma in fango, le divise si sporcano rapidamente. Senza strumenti sufficienti, gestire il bucato diventa un compito lungo e faticoso, che assorbe tempo ed energie preziose.
Padre Marius, che guida la missione con grande dedizione, ha spiegato con parole semplici la difficoltà: «Una lavatrice c’è, ma non basta. Con 800 ragazzi continuiamo a lavare a mano ogni giorno». Per questo Mission Bambini vuole acquistare almeno una seconda lavatrice industriale, capace di sostenere meglio i ritmi della scuola e alleggerire il lavoro quotidiano di chi si prende cura dei bambini.
Non si tratta soltanto di bucato. Una lavatrice in più significa tempo restituito, maggiore igiene, più cura e condizioni di vita più dignitose per gli studenti. Significa permettere ai bambini di indossare una divisa pulita e profumata, ma anche liberare tempo per ciò che conta davvero: accompagnarli nella crescita, nell’educazione e nella protezione.
Mission Bambini è da tempo al fianco della scuola St. Clelia di Kitanga, attraverso un percorso fatto di interventi concreti e duraturi. Sosteniamo i bambini con l’adozione a distanza di gruppo, accompagniamo le ragazze con il programma Borse Rosa, abbiamo contribuito a migliorare gli spazi di vita con la sistemazione dei dormitori e la costruzione delle latrine.
Passo dopo passo, insieme alla comunità locale, lavoriamo per rendere questo luogo sempre più sicuro, accogliente e capace di offrire opportunità reali. Oggi una nuova lavatrice industriale può sembrare un aiuto semplice, ma per centinaia di bambini rappresenta un cambiamento concreto nella vita di ogni giorno.
Un cammino che continua: il racconto della nostra ultima missione
Dal 2 al 10 maggio 2026 siamo tornati in Uganda per una nuova missione, tra il Mulago Hospital di Kampala e la St. Clelia School di Kitanga. Due luoghi diversi, due ambiti di intervento che possono sembrare lontani, ma che raccontano la stessa visione: stare accanto ai bambini perché possano crescere, essere curati, studiare e costruire il proprio futuro.
In pochi giorni abbiamo visto il valore di un impegno che non si esaurisce nella presenza sul campo, ma continua nel tempo attraverso la formazione, l’ascolto e il lavoro condiviso con le realtà locali. Grazie al supporto dei nostri donatori e dei partner sul campo, torniamo a casa con la consapevolezza che ogni sforzo sta tracciando una strada nuova per centinaia di bambini.
Cuore di bimbi: sei nuove opportunità di vita al Mulago Hospital
La missione sanitaria si è svolta al Mulago Hospital di Kampala, centro con cui Mission Bambini collabora da diversi anni nell’ambito del programma Cuore di bimbi.
Durante la settimana sono stati operati 6 bambini con cardiopatie congenite, casi delicati che hanno richiesto il confronto costante tra il team italiano e l’équipe ugandese. Ogni intervento è stato il risultato di un lavoro di squadra fatto di preparazione, attenzione, competenze tecniche e grande fiducia reciproca.
Per le famiglie, questi interventi rappresentano molto più di una cura: sono una nuova possibilità di vita per i loro bambini. Per l’ospedale, invece, ogni missione è anche un’occasione per rafforzare competenze, consolidare procedure e affrontare casi sempre più complessi con maggiore sicurezza.
Un grazie speciale va anche a Fondazione Prosolidar, che ha donato un ecografo per le nostre missioni: un supporto importante per il lavoro dei medici sul campo e per offrire cure sempre più accurate ai bambini.
Un ospedale che cresce, un’équipe sempre più autonoma
C’è un momento preciso che ha segnato questa missione, un traguardo che esprime il senso più profondo del programma Cuore di bimbi: il primo intervento cardiochirurgico della missione è stato condotto da un medico ugandese. L’équipe del Mulago Hospital ha operato in prima persona, affiancata dalla supervisione e dal supporto costante dei nostri specialisti italiani. Questo dimostra che qualcosa di fondamentale resta anche dopo la nostra partenza: il trasferimento di competenze e lo sviluppo di una reale capacità di cura indipendente.
Quando un’équipe locale acquisisce autonomia, infatti, il cambiamento diventa più solido. Significa che le competenze condivise negli anni iniziano a mettere radici. Significa che un bambino potrà trovare una risposta sempre più vicina, nel proprio Paese, nel proprio ospedale, accanto alla propria famiglia.
L’obiettivo di Mission Bambini non è mai stato quello di sostituirsi ai sistemi sanitari locali, bensì quello di accompagnarlineltempo. Vedere i medici ugandesi muoversi in sala operatoria con crescente sicurezza e protagonismo è la conferma che la formazione continua sta dando i suoi frutti più preziosi.
St. Clelia School: dove l’accoglienza diventa casa e protezione
Parallelamente all’attività medica, la missione ha toccato il distretto di Kitanga per fare visita alla St. Clelia School, una realtà che accoglie oltre 900 alunni ed è parte attiva della nostra rete educativa LEARN.
Molto più di un semplice complesso scolastico, la St. Clelia funziona come un vero e proprio centro residenziale. Per tantissimi bambini che abitano troppo lontano dalle proprie famiglie, questa struttura rappresenta una quotidianità sicura, un luogo di forte tutela e, in definitiva, una vera casa.
La visita è stata un momento di ascolto. Abbiamo incontrato educatori, bambini e persone della comunità per comprendere da vicino i bisogni, le fatiche e le potenzialità di questo luogo. Ma abbiamo visto anche tanta forza: nei sorrisi, nell’accoglienza, nell’impegno di chi ogni giorno lavora perché la scuola resti un punto fermo nella vita dei bambini.
Essere presenti sul campo significa anche questo: fermarsi, fare domande, osservare, capire come costruire risposte più giuste insieme a chi vive ogni giorno quella realtà.
Salute ed educazione: due strade per un unico domani
La parte sanitaria e quella educativa della missione raccontano due bisogni diversi, ma profondamente collegati.
Un bambino che riceve un intervento al cuore ha bisogno di cure, ma anche di un contesto in cui poter crescere, studiare, sentirsi protetto. Allo stesso modo, un bambino che va a scuola ha bisogno di salute, sicurezza e condizioni di vita che gli permettano davvero di imparare e immaginare il proprio futuro.
Per questo, salute ed educazione non sono due percorsi separati. Sono due dimensioni della stessa possibilità: quella di accompagnare i bambini più vulnerabili in un cammino di crescita completo, fatto di cura, protezione, apprendimento e fiducia.
Torniamo dall’Uganda con 6 bambini operati, un ospedale che continua a rafforzarsi, una scuola che ogni giorno custodisce il futuro di centinaia di bambini e una consapevolezza ancora più chiara: il cambiamento più importante è quello che, passo dopo passo, permette alle comunità locali di camminare con sempre maggiore autonomia.
Le sfide di domani: perché il nostro aiuto serve ancora
Nonostante i traguardi straordinari di questa missione e i grandi passi avanti verso l’autonomia, la strada da percorrere è ancora lunga e i bisogni sul campo restano immensi.
Al Mulago Hospital la lista d’attesa non si ferma: ci sono ancora molti bambini nati con malformazioni cardiache che aspettano la loro opportunità di essere operati, e la struttura necessita di un supporto costante per mantenere gli standard tecnologici e formativi raggiunti.
Allo stesso modo, a Kitanga, l’accoglienza di oltre 900 bambini comporta uno sforzo quotidiano enorme per garantire cibo, materiali didattici e spazi adeguati a tutti. Ogni traguardo tagliato non è un punto di arrivo, ma la dimostrazione che il nostro metodo funziona.
Per questo non possiamo fermarci proprio ora: le sfide continuano, e solo insieme a chi sceglie di sostenerci possiamo continuare a rispondere a quel forte grido d’aiuto che arriva dall’Uganda.
Questa missione è stata possibile grazie allo sforzo condiviso di tante persone e realtà che, insieme, continuano a rendere concreto il nostro impegno in Uganda. Un grazie speciale va a Marco Galbiati e alla campagna #QuindiCiSiamo, che ha sostenuto la missione sul campo.
In Italia la povertà educativa riguarda migliaia di studenti. Non solo chi lascia la scuola troppo presto, ma anche chi continua a frequentarla senza acquisire le competenze fondamentali per costruire il proprio futuro.
Per questo Mission Bambini promuove attività di tutoring nelle scuole, grazie alle quali i volontari affiancano gli studenti della scuola secondaria di primo grado, offrendo supporto allo studio e uno spazio di relazione che aiuta a contrastare la dispersione scolastica.
Dietro la dispersione scolastica ci sono spesso difficoltà nello studio, mancanza di fiducia, fragilità familiari o semplicemente il bisogno di una presenza adulta capace di accompagnare, con costanza e attenzione.
Il valore di una presenza costante
All’Istituto Comprensivo Scialoia di Milano, tra i volontari coinvolti c’è anche Fabio Ravezzani, giornalista e per 26 anni Direttore di Telelombardia, che ha scelto di mettersi in gioco come tutor.
“Ho sempre pensato di non avere grandi capacità manuali: non saprei costruire qualcosa di concreto, come un pozzo o una casa. Però, con la mia formazione e la mia cultura, ho sempre avuto il desiderio di insegnare. Il tutoring con Mission Bambini mi è sembrata l’occasione per dare qualcosa di mio, in modo concreto, a qualcun altro.”
Con il tempo, Fabio ha compreso che il ruolo del tutor non è solo spiegare, correggere o aiutare nei compiti. È soprattutto mettersi a disposizione.
“Ho capito che significa anche accettare quando i ragazzi non vogliono il tuo aiuto, ma restare presenti per loro quando invece ne hanno bisogno.”
Nel tutoring scolastico la relazione si costruisce poco alla volta. Non sempre i ragazzi chiedono aiuto subito: osservano, si avvicinano, prendono fiducia. E, con il tempo, riconoscono nel volontario una figura affidabile.
“Metti a disposizione tempo e attenzione a ragazzi che non necessariamente lo chiedono. Ma nella frequentazione, piano piano, trovano in te una presenza costante e sicura.”
Uno spazio diverso, dove sentirsi accolti
Il tutor diventa un punto di riferimento diverso dagli insegnanti e dalla famiglia: una persona adulta che non giudica, non impone, ma accompagna.
“È uno spazio diverso da quello scolastico o familiare, dove spesso ci sono aspettative e obblighi. Qui no. Devi esserci quando loro pensano di aver bisogno di te, al loro fianco, senza eccedere. E capisci che funziona quando continuano a tornare, mese dopo mese.”
Il tutoring non risolve da solo tutte le difficoltà che uno studente può incontrare. Ma può aprire uno spazio nuovo: uno spazio in cui sentirsi ascoltati, sostenuti, capaci.
Per molti ragazzi significa avere qualcuno accanto quando lo studio sembra troppo difficile. Per altri, scoprire che chiedere aiuto è possibile. Per altri ancora, trovare un adulto che crede in loro, anche quando loro stessi fanno fatica a farlo.
“La gioia di aver fatto qualcosa di buono”
Per Fabio, questa esperienza è anche un’occasione personale di restituzione: un modo per mettere a disposizione tempo, competenze e attenzione senza aspettarsi nulla in cambio.
“Mi aiuta a sentirmi un po’ meno inutile. A un certo punto della vita ti chiedi cosa hai fatto davvero per gli altri, di concreto.”
Il volontariato educativo richiede serietà, presenza e responsabilità. Non è qualcosa che si fa solo per sentirsi bene, ma un impegno reale verso qualcun altro.
“Questa esperienza mi dà una piccola gioia, piccola perché vorrei fare molto di più. Ma è la soddisfazione di essermi impegnato per qualcuno senza aspettarmi un ritorno. Non è qualcosa che fai per divertirti: lo fai con serietà, e alla fine resta proprio questo senso di aver fatto qualcosa di buono per gli altri.”
La storia di Fabio racconta il senso profondo del tutoring scolastico: non sempre serve avere tutte le risposte. A volte, la cosa più importante è esserci.
Anche solo un pomeriggio alla settimana.
La Stella di Marcheno: un presidio educativo che fa crescere bambini, famiglie e comunità
Nel cuore dell’Alta Valle Trompia, tra piccoli comuni di montagna e servizi per l’infanzia ancora limitati, c’è un luogo che ogni giorno accende opportunità concrete per i bambini e le loro famiglie: l’asilo nido Il Sentiero Incantato di Marcheno.
Non è solo un servizio educativo. È un presidio fondamentale per un territorio fragile, segnato dall’isolamento, dal calo demografico e dalla scarsità di risposte dedicate alla fascia 0-3 anni.
In un’area in cui vivono poco più di 13.000 persone distribuite in otto comuni, il nido rappresenta l’unica risposta strutturata per la prima infanzia, con 18 posti disponibili. Un numero piccolo, ma dal valore enorme: perché dietro ogni posto c’è un bambino accompagnato nei primi passi della crescita, una famiglia sostenuta, una comunità che si rafforza.
Un luogo che va oltre il nido
L’asilo nido Il Sentiero Incantato è una delle Stelle Mission Bambini sostenute dalla Fondazione: luoghi educativi che offrono ai bambini occasioni di crescita, relazione e scoperta, soprattutto nei contesti in cui le opportunità sono più difficili da raggiungere.
A Marcheno, il nido è uno spazio aperto, accogliente e inclusivo, pensato per rispondere non solo ai bisogni educativi dei più piccoli, ma anche a quelli delle famiglie e della comunità.
Accanto al servizio di asilo nido, vengono proposte attività dedicate ai bambini da 0 a 6 anni e ai loro genitori, tra cui letture animate, laboratori educativi, percorsi di psicomotricità fin dai primi mesi di vita, consulenze logopediche e momenti di sostegno psico-pedagogico, individuale e di gruppo.
L’obiettivo è accompagnare i bambini nella crescita e, allo stesso tempo, rafforzare le competenze genitoriali, creando una rete di supporto capace di contrastare le disuguaglianze educative che spesso colpiscono le aree interne.
A raccontare la storia e il valore di questo presidio educativo è Stefania Pedretti, vicepresidente e coordinatrice dei servizi all’infanzia della cooperativa Fraternità Impronta.
Un presidio contro la povertà educativa
In territori come l’Alta Valle Trompia, la mancanza di servizi per l’infanzia non è solo una difficoltà pratica. Può diventare un fattore che aumenta le distanze sociali, limita le possibilità delle famiglie e priva i bambini di esperienze fondamentali nei primi anni di vita.
Per questo la Stella di Marcheno è così importante: perché offre opportunità educative di qualità, accessibili e vicine. Qui educazione significa relazione, ascolto, cura e fiducia. Significa costruire un ambiente in cui ogni bambino possa sentirsi accolto e valorizzato, e ogni genitore possa trovare un sostegno concreto nel proprio ruolo.
Una realtà che si racconta attraverso le persone
La visita di Anna Valle, al fianco di Mission Bambini nella campagna dedicata alle Stelle, ha restituito con autenticità il senso profondo di questo luogo.
Seduta accanto ai bambini, in dialogo con le educatrici, ha potuto osservare da vicino la quotidianità del nido: fatta di piccoli gesti, routine rassicuranti, attività educative e relazioni significative.
Non un evento straordinario, ma la vita vera di un presidio educativo che ogni giorno costruisce crescita e futuro. Una realtà resa possibile dall’impegno di educatrici e professionisti che, con passione e competenza, rendono Il Sentiero Incantato molto più di un servizio: una comunità educante.
Una Stella che illumina il territorio
Essere una Stella Mission Bambini significa far parte di una rete nazionale che lavora per contrastare la povertà educativa lì dove è più radicata, portando opportunità nei territori e accanto alle famiglie.
A Marcheno, questo impegno prende forma ogni giorno: nei giochi, nelle letture, nei laboratori, nei colloqui con i genitori, nei primi passi dei bambini e nella cura di chi li accompagna.
La Stella di Marcheno dimostra che anche nei territori più piccoli e periferici è possibile costruire grandi opportunità. Basta crederci, investire nelle persone e continuare a esserci, ogni giorno.
Dal 21 al 29 marzo siamo tornati al National Heart Hospital di Lusaka, in Zambia, per la prima missione del 2026 del programma Cuore di bimbi. Una settimana intensa, fatta di interventi, collaborazione e crescita condivisa, che ci ricorda ogni volta perché questo impegno è così importante: esserci oggi, per costruire qualcosa che resti anche domani.
Le persone dietro ogni intervento
“Questo è grazie a noi che siamo qui, ma anche a tutti quelli che ci hanno permesso di esserci. Perché senza di loro questa missione, e tutte quelle che verranno, non sarebbero possibili.”
Le parole di Giorgia, perfusionista in missione in Zambia, raccontano qualcosa che spesso resta invisibile. Dietro ogni intervento, dietro ogni cuore che torna a battere, non ci sono solo i medici in sala operatoria, ma una rete più ampia di persone che credono in queste missioni e le rendono possibili.
C’è il lavoro di chi parte, ma anche quello di chi sostiene, di chi organizza, di chi sceglie ogni giorno di esserci, anche a distanza.
Nel video sono proprio i professionisti sanitari partiti in missione a marzo a raccontare cosa significa essere lì. Dalle loro parole emerge un lavoro fatto di responsabilità, precisione e collaborazione continua.
Ogni intervento nasce da un percorso condiviso: dalla diagnosi alla preparazione del bambino, fino alla sala operatoria e alla gestione della terapia intensiva. E poi c’è un istante sospeso, quello in cui il cuore si ferma e viene affidato alle mani del team, per essere riparato e rimesso in moto.
Sono ruoli diversi, ma profondamente connessi, dove nulla accade da solo: ogni gesto è parte di un equilibrio costruito insieme, fatto di competenze, ascolto e fiducia reciproca. È in questo lavoro di squadra, sostenuto da una rete ancora più ampia, che prende forma la possibilità di cura per ogni bambino.
Nuove possibilità di vita
Durante la missione sono stati eseguiti interventi di cardiochirurgia pediatrica su bambini affetti da cardiopatie congenite complesse. Questi hanno restituito a 7 bambini una nuova possibilità di vita che guarda al futuro. In parallelo, 20 piccoli pazienti sono stati valutati attraverso esami ecocardiografici, tra reparto e ambulatorio.
Accanto all’attività chirurgica, sono stati inoltre donati materiali sanitari, contribuendo a rafforzare le risorse disponibili all’interno dell’ospedale.
Una squadra che lavora insieme
A Lusaka ha operato un team composto da 10 professionisti sanitari volontari italiani – tra cardiochirurgo, cardiologa, anestesisti, infermieri e perfusionisti – provenienti da diverse strutture ospedaliere italiane.
Ma ogni intervento è il risultato di un lavoro più ampio. Dalla preparazione del paziente alla gestione della sala operatoria, fino al monitoraggio post-operatorio, tutto si costruisce attraverso un dialogo continuo tra le diverse figure coinvolte.
In questa missione, la collaborazione con il personale locale è stata fondamentale: medici, perfusionisti e cardiologi hanno lavorato fianco a fianco, condividendo competenze ed esperienze.
La formazione che resta
Ogni missione è anche un percorso di crescita condivisa. Durante gli interventi, la sala operatoria diventa uno spazio di confronto in cui ogni scelta viene discussa e costruita insieme.
Questo lavoro quotidiano permette di rafforzare le competenze tecniche del personale locale e di contribuire a un obiettivo più ampio: rendere sempre più autonomo il sistema sanitario locale nella cura delle cardiopatie pediatriche.
È anche qui che si misura davvero l’impatto di queste missioni: non solo negli interventi realizzati, ma nelle competenze che restano.
Le sfide su cui continuiamo a lavorare
La missione ha confermato anche alcune aree su cui è necessario continuare a investire: il rafforzamento delle competenze nella terapia intensiva pediatrica, una maggiore autonomia nella gestione dei pazienti complessi e la definizione di protocolli clinici condivisi.
Sono passaggi fondamentali per rendere gli interventi sempre più efficaci e garantire continuità di cura nel tempo.
Il lavoro, dunque, non si ferma qui. Tra i prossimi passi è prevista l’organizzazione di uno screening cardiologico pediatrico, con l’obiettivo di individuare nuovi pazienti e rafforzare le capacità diagnostiche locali.
Allo stesso tempo, stiamo lavorando per rendere le future missioni ancora più strutturate, con maggiore attenzione alla preparazione e al follow-up, così da accompagnare in modo sempre più completo ogni bambino nel suo percorso di cura.
Questa missione è stata possibile grazie al lavoro congiunto di tanti attori: i medici volontari, il personale sanitario locale, i partner sul territorio e chi ogni giorno sceglie di sostenere il programma Cuore di bimbi.
Un grazie particolare alla Campagna QuindiCiSiamo, Fondazione Mediolanum, Hesperia Bimbi ETS e Flying Angels Foundation per il supporto e la vicinanza al nostro impegno.
Ogni missione lascia qualcosa.
Non solo nei risultati raggiunti, ma nelle competenze che crescono, nelle relazioni che si rafforzano, nelle possibilità che si aprono.
Ci sono storie che nascono da un dolore impossibile anche solo da immaginare. Storie che non cancellano la perdita, ma che con il tempo trovano il modo di trasformarla in qualcosa che continua a fare del bene agli altri.
Quella di Marco Galbiati e di suo figlio Riccardo, per tutti Ricky, è una di queste.
Ricky aveva 15 anni quando il suo cuore si è fermato all’improvviso durante una giornata sugli sci con il papà. Una perdita che ha segnato profondamente la sua famiglia e tutte le persone che gli volevano bene.
Quando accade qualcosa di così grande, il tempo sembra fermarsi. Nei mesi successivi Marco si è trovato davanti alla domanda che spesso accompagna chi attraversa un lutto così profondo: come si può andare avanti quando una parte della propria vita sembra essersi spezzata?
Non esiste una risposta semplice. E non è arrivata subito.
Con il tempo, il ricordo di Ricky ha iniziato a prendere una forma nuova. Non come qualcosa da lasciare nel passato, ma come qualcosa da custodire e da far vivere anche attraverso gli altri.
Marco ha scelto di trasformare l’amore per suo figlio in un impegno concreto. Da questa scelta è nato un percorso fatto di iniziative solidali, eventi sportivi e collaborazioni nel mondo dello sport e dell’alta cucina, una delle più grandi passioni di Ricky, che hanno poi preso forma nell’associazione Il tuo cuore la mia stella.
Un progetto nato per continuare a portare avanti i valori di generosità e attenzione verso gli altri che Ricky incarnava.
Dal ricordo all’azione: la campagna QuindiCiSiamo
Da questo cammino è nato anche l’incontro con Mission Bambini e la campagna QuindiCiSiamo.
Un progetto ambizioso, nato con un obiettivo chiaro e ambizioso: offrire interventi cardiochirurgici salvavita a bambini affetti da gravi cardiopatie, che vivono in contesti dove l’accesso alle cure è ancora difficile.
Grazie al contributo di tante persone, aziende e sostenitori che hanno scelto di partecipare, oggi la campagna vede la sua seconda edizione terminare con il raggiungimento del traguardo prefissato: 30 operazioni al cuore, 30 bambini che avranno ancora una vita davanti a loro.
Guardare avanti: la Borsa di Studio “Riccardo Galbiati”
Mission Bambini ha scelto di intitolare la Borsa di Studio Annuale di quest’anno a Riccardo Galbiati, un modo per dire grazie a Marco in modo speciale
Ogni anno il nostro obiettivo è quello di contribuire alla formazione di specialisti nei Paesi dove l’accesso alle cure cardiochirurgiche pediatriche è ancora limitato, rafforzando le competenze locali e aumentando le possibilità di cura per molti bambini.
Quest’anno la Borsa di Studio è destinata a un giovane medico zambiano che frequenterà l’International Master of Cardiology and Techniques applied to Cardiac Surgery presso l’International Heart School di Bergamo.
Una storia che continua
La storia di Marco e Ricky non parla solo di una perdita, ma anche del modo in cui l’amore per una persona può continuare a generare qualcosa di buono per gli altri.
Attraverso ogni iniziativa, ogni bambino curato, ogni medico formato, il ricordo di Ricky continua a lasciare un segno.
Come racconta Marco:
“Il cuore di mio figlio si è fermato, ma continua a battere nei bambini che riusciamo ad aiutare.”
Una frase che racchiude il senso di questo percorso: trasformare una storia personale in un impegno capace di aprire nuove possibilità per molte altre vite.
All’Istituto Comprensivo Mozart di Roma, nel quartiere dell’Infernetto, abbiamo incontrato ragazze e ragazzi nel pieno di una fase delicata della crescita: la scuola media, quando le emozioni sono intense e le domande su di sé iniziano a diventare più profonde.
L’IC Mozart è una delle nostre Stelle Mission Bambini, scuole in cui realizziamo percorsi educativi pensati per promuovere benessere, consapevolezza e relazioni positive.
Qui abbiamo attivato laboratori multidisciplinari con un obiettivo semplice ma fondamentale: offrire ai ragazzi uno spazio protetto in cui potersi esprimere liberamente, sentirsi ascoltati e scoprire le proprie capacità.
Uno spazio per potersi esprimere
Durante gli incontri emerge con chiarezza un bisogno molto forte: avere uno spazio in cui poter essere se stessi.
“Il bisogno principale che intercettiamo in questo contesto è quello dell’ascolto: i ragazzi e le ragazze sentono la necessità di condividere perplessità e di riflettere sulle emozioni che vivono, un aspetto profondamente caratteristico della fase di crescita che attraversano”, ci racconta invece Corinna Bologna, arteterapeuta all’interno del nostro Spazio Mission Bambini, “emerge inoltre con forza il tema dello stare insieme in modo rispettoso, strettamente legato alla consapevolezza delle proprie emozioni e al rispetto di sé e dell’altro”
Gli educatori accompagnano ragazzi e ragazze in questo percorso aiutandoli a riconoscere i propri punti di forza e il valore di ciò che ognuno porta nel gruppo. Nel tempo, lungo il lavoro con la classe, iniziano anche a emergere piccoli cambiamenti che raccontano il senso di questo percorso.
La scuola come luogo di prevenzione e crescita
Lavorare all’interno della scuola è fondamentale, perché è proprio qui che spesso emergono i primi segnali di difficoltà ma anche le opportunità per intervenire in tempo.
“La scuola è sicuramente un luogo dove possono emergere molti problemi” , ci racconta Jacopo Pastore, “ma è anche il posto dove questi problemi possono essere intercettati prima. Per questo lavoriamo in sinergia con il sistema scolastico, affiancandolo.”
Portare i laboratori direttamente nelle classi significa anche raggiungere quei ragazzi che forse, da soli, non avrebbero mai cercato un’esperienza di questo tipo.
“In questo modo riusciamo ad arrivare anche a ragazzi che magari non si sarebbero avvicinati spontaneamente a un laboratorio del genere”, va avanti Jacopo, “spessoincontriamo ragazzi che hanno bisogno di condividere perplessità, di riflettere sulle emozioni che provano. È una fase d’età in cui questo bisogno è molto forte.”
I laboratori diventano così anche uno spazio per imparare a stare insieme in modo più consapevole, nel rispetto di sé e degli altri. Perché a volte basta uno spazio giusto, nel momento giusto, per aiutare un ragazzo a guardarsi con occhi diversi e a scoprire risorse che non pensava di avere.
Una cisterna per garantire acqua pulita alla comunità di Mabilioni, in Tanzania
A Mabilioni, in Tanzania, sta nascendo un progetto fondamentale per garantire accesso all’acqua potabile alla comunità locale: la costruzione di una cisterna che trasformerà una risorsa scarsa in un bene vitale per bambini e famiglie.
In un contesto di siccità e scarsità d’acqua, la cisterna sarà un cambiamento concreto per la salute e la vita quotidiana delle persone. Permetterà di raccogliere acqua pulita, migliorando l’igiene e riducendo la fatica di donne e bambini costretti a lunghe distanze per procurarsela.
L’Orso del Coraggio: un piccolo grande compagno di viaggio durante le nostre missioni
In ogni missione di Cuore di bimbi, accanto ai nostri medici, c’è un compagno speciale: l’Orso del Coraggio. Piccolo, morbido e sempre sorridente, questo orsetto non è un semplice peluche. È una presenza che accompagna le nostre équipe negli ospedali di diversi Paesi del mondo, entrando in reparto insieme ai medici e restando accanto ai bambini e alle bambine durante visite, attese e interventi.
Non fa rumore, non indossa camici nè sostituisce terapie o operazioni, ma il suo ruolo è prezioso. Ovunque arrivi, infatti, l’Orso del Coraggio porta con sé un messaggio potente che può far davvero bene al cuore: “non sei solo, c’è qualcuno accanto a te.”
Un gesto di affetto che si prende cura delle emozioni
Se i nostri medici si prendono cura del cuore dal punto di vista clinico, medico, operando con cura e gesti attenti, l’Orso del Coraggio si prende cura di ciò che quel piccolo cuore sente. Accoglie la paura prima di entrare in sala operatoria, consola nei momenti di incertezza, rende meno fredda l’attesa di una diagnosi o un intervento.
In un contesto ospedaliero che può intimorire, soprattutto nei contesti estremamente fragili del mondo dove operiamo, diventa un punto di riferimento, qualcosa da stringere forte quando le emozioni sono difficili da spiegare. Per molti bambini può essere il primo sorriso in una stanza sconosciuta, un piccolo compagno che trasforma un momento complesso in qualcosa di un po’ più affrontabile.
Dall’Italia all’Africa: le prime tappe
Il viaggio dell’Orso del Coraggio è partito dall’Italia per arrivare in Uganda, a Kampala. Qui, presso il Mulago Hospital, ha accompagnato i nostri medici volontari durante interventi complessi per salvare la vita di bambini con cardiopatie congenite. Tra una visita e un’operazione, è passato di braccio in braccio, diventando parte di quei giorni intensi fatti di attesa, speranza e competenza.
Poco dopo è ripartito, questa volta verso l’Eritrea. Insieme a 18 professionisti sanitari, ha “incontrato” 25 bambini e bambine da operare e oltre 220 che hanno ricevuto una visita cardiologica. Ogni tappa è stata fatta di mani intrecciate, sguardi pieni di fiducia, sorrisi timidi che piano piano si aprono.
A maggio il suo viaggio lo ha riportato in Uganda per una missione di screening: oltre 600 bambini sono stati visitati, molti per la prima volta nella loro vita.
Per ciascuno di loro, l’orso è stato un piccolo punto fermo in un momento di grande incertezza, un filo rosso che lega tutte le nostre missioni.
Un viaggio che attraversa non solo Paesi, ma continenti
A fine novembre l’Orso del Coraggio ha preso un aereo per raggiungere il Nepal. Dopo sei ore di viaggio in pullman, è arrivato nel distretto rurale di Tanahu, dove ha incontrato 3.247 bambini e bambine in attesa di una visita. Un numero che racconta quanto sia urgente intercettare i bisogni sanitari prima che diventino emergenze e quanto sia importante essere presenti anche nei contesti più isolati.
Dall’Asia il viaggio è proseguito fino all’Uzbekistan, dove l’orso ha seguito una formazione sull’utilizzo del macchinario salvavita ECMO insieme ai professionisti sanitari locali. Perché il nostro impegno non è solo intervenire nell’immediato, ma lasciare competenze, strumenti e autonomia, affinché la cura possa continuare nel tempo.
L’Orso del Coraggio continua il suo cammino, attraversando confini e culture, ricordando a ogni bambino che la cura è anche presenza.
E il suo viaggio non si ferma qui. Nuove missioni sono già in programma e presto tornerà a riempire valigie, salire su aerei, attraversare reparti e stringere nuove mani. Perché finché ci sarà un bambino che ha bisogno di cure e di rassicurazione, l’Orso del Coraggio sarà pronto a partire ancora.
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